Le donne del vino… chi sono e cosa fanno

Il vino è uno di quei meravigliosi prodotti che ben raccontano un paese e il suo territorio, un settore dove la presenza femminile è in costante aumento; parliamo de le donne del vino: chi sono e cosa fanno.

Il “nettare degli dei” è espressione del terroir dove risiedono le radici delle uve che lo caratterizzano e che portano alla luce i segreti della terra, quel senso del luogo che ognuno di noi cerca in un buon bicchiere di vino.

Il nostro bello stivale presenta una concentratissima gamma di climi: dal mediterraneo al continentale, all’alpino. Un territorio dal suolo generoso: rocce, sabbia e macchie boscose, suoli ricchi di minerali che regalano i loro segreti attraverso il loro humus. Il resto lo fa il sole, il vento, l’altitudine, la mano dell’uomo e delle donne che con fantasia e determinazione lo producono, lo promuovono, lo vendono.

“Il vino è la sintesi sorprendente di tutto ciò che ci circonda, perché ha nella sua natura più profonda le tracce della terra, dei fiori, dei frutti, delle spezie, del mare, della montagna, del vento, della luce e di tante altre cose che nobilmente rappresenta.” (Luigi Moio “Il respiro del vino”)

In preparazione di quest’articolo, ho scelto di seguire due punti di riferimento:

  1. vini naturali ottenuti dalla coltivazione della vigna e trasformazione dell’uva intervenendo il meno possibile; e
  2. fatti da donne, le vignaiole.

In un mondo dove le cantine sono affari di famiglia e tutti danno una mano, le donne, troppo spesso dietro le quinte, raramente venivano menzionate per i loro ruoli. Ma i tempi, fortunatamente, stanno cambiando…

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Maestre di finezza e complessità, una buona parte di loro ha abbracciato, come filosofia vitivinicola, le pratiche biologiche, biodinamiche e/o naturali, con entrambi gli occhi puntati sulla sostenibilità ambientale.

Storie di professioniste rientrate “a casa” per occuparsi delle aziende agricole di famiglia, stravolgendo carriere anche internazionali; cambi di rotta da una vita cittadina a quella rurale, riscoperta della passione per il territorio dove si è cresciute.

Tante sono le storie e i punti di svolta (per scelta o necessità) di queste donne che hanno trovato il coraggio di cambiare rotta per tornare alle radici.

“Le donne hanno sempre svolto un ruolo fondamentale nel mondo del vino, ma negli ultimi anni abbiamo ricevuto più riconoscimento e rispetto” (Cristina Mariani-May)

Abili nel fare un po’ di tutto, dalla potatura delle viti, alla sfogliatura (parziale rimozione delle foglie intorno ai grappoli), alla svinatura in cantina (procedimento che separa il vino dalle vinacce a fine fermentazione), all’imbottigliamento, ma anche pubbliche relazioni, marketing, design.

Nelle loro cantine prevale la tradizione, comunque in linea con la crescente attenzione verso la questione ambientale. Hanno implementato pratiche sostenibili, fermentano con lieviti indigeni (spesso senza controllo della temperatura), creano prodotti fuori dagli schemi ma fedeli alle origini, e comunque profondamente “se stessi” nel sapore e nell’odore…

E queste sono le storie che vi voglio raccontare.

Donne del vino : Mano di donna con una pigna d'uva : foto zen chung (pexels)

​ Arianna Occhipinti, Sicilia

Arianna Occhipinti è una giovane donna del vino e ama questa frase di Saint-Exupéry: “Noi non ereditiamo la terra dai nostri avi, ce la facciamo prestare dai nostri figli”.

La masseria Occhipinti è a Vittoria, nel ragusano, lungo la strada provinciale 68. Parte della strada del vino Cerasuolo di Vittoria, con vigne assolate distribuite anche in altre contrade (Bombolieri, Bastonaca e Pettineo).
Sono colture biologiche su sabbia e calcare, per vini naturali d’annata, creati da vitigni autoctoni: “Era la più antica strada del vino mai attestata. Su quella strada generazioni e generazioni di contadini si erano messi in marcia per portare il loro vino fino alla costa”.

I suoi resoconti delle vendemmie sono veramente coinvolgenti. Brevi e descrittivi, come possono essere i pensieri raccolti in un diario rivelatore: il “lavoro sulla sostanza organica” nei terreni, l’attesa del “momento migliore” per dare inizio alla vendemmia, l’energia della squadra che l’aiuterà, le piogge. E poi ti avvolge con il profumo del mosto e del suo Frappato – un rosso “aspro, sanguigno ed elegante” – il filo del suo percorso di crescita di donna del vino. Insomma, ti fa sentire partecipe e, con un pizzico di fantasia, ti regali un breve viaggio nel tempo e sei lì con loro.

I vini li ha chiamati: SP68 sia bianco che rosso (dal nome della strada); Siccagno, dal soprannome dato al Nero d’Avola; Grotte Alte, Cerasuolo di Vittoria, Passo Nero (il passito), ha anche la grappa. E poi ci sono i Vini di contrada Pettineo, Fossa di Lupo e Bombolieri.

“Rispettare il vino come se fosse una persona. Una persona che si porta dietro un mondo, una storia, un’atmosfera. E sa della terra da cui nasce. Il vino che mi piace fare non è semplicemente un vino biologico. È un vino naturale come penso di essere io.”

Raggiunti i trent’anni (forgiata dal lavoro manuale) in qualche modo ha deciso di scrivere un libro “Natural Woman”, dove poter fare il punto della situazione e raccontare la sua storia di crescita personale e professionale.

In una video intervista di Francesca Ciancio, alla domanda: “E se non fosse stato il vino la tua passione?” ha risposto: “Probabilmente sarei stata una pescatrice”. Nel frattempo fa anche il sapone artigianale con la sua amica Patrizia Tòth, enologa ungherese, importante presenza femminile dell’azienda vitivinicola Planeta.

“Ognuno sta solo sul cuor della terra
trafitto da un raggio di sole:
ed è subito sera.”
(Salvatore Quasimodo “Ed è subito sera”)

Cosa fare a Vittoria e dintorni

La cittadina di Vittoria si trova nel cuore di un’area ricca di bellezze naturali e culturali: si va dal mare alla montagna, riserve naturali, parchi e siti archeologici, borghi, ma anche ghiotte visite e degustazioni in cantina.
Poi ci sono i percorsi delle vie del barocco di Ragusa e Ibla, Scicli e Modica. Parte delle città barocche della Val di Noto, sono siti dichiarati Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco.
C’è anche la zona di “Vigata”, la cittadina che lo scrittore Camilleri ha creato per il suo commissario Montalbano.


​ Cinzia Merli, Toscana

L’azienda Le Macchiole nasce dal sogno di creare vini di qualità da un piccolo vigneto di famiglia nella zona di Bolgheri (lungo la costa livornese). Un progetto pionieristico di Eugenio Campolmi (originario della zona) e la moglie Cinzia Merli che, dopo la prematura perdita del marito, porta avanti l’azienda con l’aiuto della famiglia, e dei due figli Elia e Mattia (entrati a far parte dell’impresa secondo i ritmi della loro crescita).

“Il rispetto della vigna e la voglia di esaltarne la diversità hanno portato alla convinta e consapevole scelta della lavorazione biologica quale base di un’agricoltura attenta, sostenibile e premurosa.”

Le vigne sono parcelle situate lungo la strada provinciale bolgherese, parte della Costa degli Etruschi: piccoli appezzamenti ognuno con le sue peculiarità, che regalano caratteristiche diverse ad ogni stagione. “La convinta scelta dell’agricoltura biologica e di un approccio sempre più sostenibile”, uniti al coraggio di produrre vini mono varietali (con il cabernet franc come vino-icona della casa), ha reso possibile l’ingresso dei suoi prodotti nel reame dei “Super Tuscan”, etichette ambite e collezionate.

Cinzia Merli è una donna che parla delle sue uve e dei suoi vini come se fossero suoi figli e preferisce lasciare che siano loro a prendere la parola, cosa che fanno anno dopo anno. Li ha chiamati: Messorio, dal periodo della mietitura; Scrio, che in toscano significa “puro, schietto, integro”; Paleo Rosso, il primo dei loro vini, Paleo Bianco; e Bolgheri Rosso.
Oltre al vino ha tanti progetti che raccontano di poesia, di storia, di luoghi e di persone.

Cosa sono i Super Tuscan?

La definizione di “Super Tuscan” è una categoria non ufficiale, coniata agli inizi degli anni ’80, per descrivere alcuni dei rossi toscani. Un remix di uve francesi con terroir italiano, assemblate a vitigni nostrani (Sangiovese in primis). Parliamo di una pratica iniziata negli anni ‘70 in alcune zone della Toscana, che assemblava Merlot, Cabernet, e altri vitigni “internazionali” all’epoca poco diffusi nella penisola.

La creazione dell’espressione “Super Tuscan” è spesso attribuita a Robert Parker, padre della moderna critica enologica (cit. Lisa Perrotti-Brown) e creatore dell’autorevole pubblicazione Wine Advocate. Ma, James Suckling (anche lui autorità nel mondo del vino), pensa che Burt Anderson (scrittore e critico enologico) potrebbe essere stato lui il primo a chiamarli così.
In tutti i casi, i loro giudizi sono determinanti nella carriera di tantissimi viticoltori, prima negli Stati Uniti, quindi nel mondo, specialmente quello dei collezionisti del vino.

“ma per le vie del borgo
dal ribollir de’ tini
va l’aspro odor de i vini
l’anime a rallegrar.”
(Giosuè Carducci “San Martino”)

Cosa fare a Bolgheri e dintorni

Bolgheri è una frazione del comune di Castagneto Carducci, parte della Costa degli Etruschi, un tratto di costa toscana, lungo la via Aurelia, che va da Livorno a Piombino, e deve il nome alla popolazione etrusca presente in zona già dal IX secolo AC.
Si tratta di uno scrigno ricco di bellezze naturali: Oasi WWF, siti e parchi archeologici (sia acropoli che necropoli), e borghi medioevali come Suvereto (il “bosco di sugheri”), Quercianella, Bibbona, Castagneto Carducci; una costa tra natura e mare, con lunghi tratti scogliosi che si alternano a spiagge bianche (con aree dedicate anche ai nostri amici a quattro zampe) e naturalmente il mare limpido.

Da visitare ci sono anche le cantine, naturalmente, luoghi ideali dove esercitarsi nell’analisi sensoriale delle degustazioni del vino.


​ Elisabetta Foradori, Trentino

È tra le prime ad adottare l’approccio biodinamico alla coltivazione della vite nell’azienda situata a Mezzolombardo, nel cuore della Piana Rotaliana, che il nonno Vittorio acquistò nel 1939. Il padre, prematuramente scomparso, disse: “Vendete tutto!”, ma la madre era decisa a continuare, e oggi Elisabetta Foradori è a capo dell’impresa, con tre dei quattro figli che lavorano con lei.

Trentina, orgogliosa ambasciatrice delle Dolomiti, spesso definita visionaria, sognatrice, innovatrice, è una donna con i piedi ben piantati per terra. Convinta sostenitrice di un’agricoltura funzionale all’ambiente e alla qualità, pratica l’agricoltura biodinamica: grano, filari di vite, olivo, orto, mucche, e si definisce “custode della terra” e il suo Granato, un Teroldego in purezza, è il suo “rosso che sa di roccia”.

In un’intervista rilasciata qualche anno fa a James Suckling, per Wine Spectator dice:

“Amo la storia e l’unicità dell’uva. Cerco sempre di identificare il miglior terroir e carattere per il Teroldego”

La lista dei vini si distingue per: “Espressione di un territorio”, con il Granato, Foradori e Lezèr (un Teroldego leggero); e “Identità di un vigneto” con i Teroldego Morei e Sgarzon, i Fontanasanta Manzoni Bianco e Nosiola, e il Fuoripista Pinot Grigio.

Alpinista appassionata, è sempre in attività: nel 2000, con due amici in alta quota, sogna di “fare agricoltura in un posto bello ma non scontato” e qualche hanno più tardi nasce Ampleia. 35 ettari di vigne tra 250 m e 550m (sul livello del mare), all’interno del Geoparco UNESCO delle Colline Metallifere, dove si sentono “Imboscati nell’Alta Maremma Toscana”.
Marco Tait, vignaiolo e responsabile dell’azienda, dice: “Ampeleia più che un percorso lavorativo è un percorso di vita. Un’esperienza che ha aperto scenari, possibilità, incontri, e continua a farlo”.

Nel 2010, con un gruppo di amici, ha fondato il consorzio ‘I Dolomitici’ – Liberi Viticoltori Trentini: “dieci viticoltori uniti dall’amicizia, dalla solidarietà e da una visione comune: la valorizzazione dell’originalità e della diversità della viticoltura trentina nel rispetto di un’etica produttiva condivisa.”

“Ti ho respirata con l’alba
per non destarmi sola,
e ti ho chiamata nelle notti amare,
sorda di pietre e giovane di stelle
sotto il cielo che scende e non consola.”
(Nedda Falzolgher “La terra”)

Cosa fare a Mezzolombardo e dintorni

Mezzolombardo è un piccolo comune del Trentino incastonato nelle Dolomiti, a soli 20 km dalla ricca cittadina di Trento.
Un territorio che vi colpirà per la sua ricchezza di natura e cultura: si può partire da un percorso archeologico da fare nel sottosuolo di Trento per visitare l’antica Tridentum romana (fondata intorno al I secolo a.C.), e proseguire per il MUSE (il Museo delle scienze).
Ma ce n’è per tutti i gusti e stagioni: visite in cantina, distillerie, oasi naturali, borghi, castelli, arrampicate, passeggiate in montagna, bicicletta, o in barca a vela sui laghi.


​ Francesca Planeta, Sicilia

Sempre nella bella Sicilia troviamo Francesca Planeta, la rappresentante femminile di diciassette generazioni di vignaioli. Prima responsabile marketing e comunicazione del brand, ora al comando della Planeta Estate: cinque cantine in cinque zone dell’isola (Menfi, Vittoria, Noto, Etna e Capo Milazzo) ) dove l’azienda vitivinicola ha dedicato grande attenzione anche al mondo dell’ospitalità.
Ogni sito regala una serie di vini ottenuti da vitigni autoctoni come il Nero d’Avola, il Frappato, il Nerello Mascalese e il Carricante dell’Etna, ma anche il Moscato Bianco (con il Passito di Noto), Merlot, Pinot Nero. Tutte le attività dell’azienda hanno un tema comune: la sostenibilità ambientale, coniugato a viticoltura tradizionale e biologica, con l’applicazione di innovazioni scientifiche e tecnologiche.

C’è anche un bel contributo al forte legame con la gastronomia tipica, tradizionale del territorio. Piatti storici, street food e dolci, tutti pezzi forti della tradizione siciliana, raccolti dai taccuini di ricette delle zie Planeta e raccontati in un libro “La cucina di Casa Planeta” scritto da Elisa Menduni.
Naturalmente ogni ricetta è arricchita di suggerimenti per gli abbinamenti con il vino dell’azienda: “Raccontare i territori, in Sicilia, non può avere una modalità unica: ogni luogo ha i suoi piatti ed i suoi vini.”

Altra importante presenza femminile del mondo Planeta è Patricia Tóth, l’enologa ungherese responsabile dei progetti di agricoltura sostenibile dell’azienda, che si occupa anche delle cantine dell’Etna.

“Diggià la Sicilia sorgeva come una nuvola in fondo all’orizzonte. Poi l’Etna si accese tutt’a un tratto d’oro e di rubini, e la costa bianchiccia si squarciò qua e là in seni e promontori oscuri”. (Giovanni Verga “Di là del mare”)

Cos’altro fare a Vittoria e dintorni

Vittoria è un’elegante cittadina fondata nel 1607, in pieno periodo spagnolo. Il nome è dovuto a Vittoria Colonna de Cabrera, (la fondatrice). Pare fosse sorta in una zona nota per “le diverse qualità di vino nero”.
In un’area abitata già dall’Età del Bronzo con evidenze archeologiche visitabili, dell’età imperiale, d’epoca bizantina, poi medievale; è anche città del Liberty, con quartieri dedicati all’Art Nouveau.
Partendo dalla cittadina si possono visitare anche Caltagirone (la città della ceramica), Chiaramonte Gulfi (la città dell’olio), la riserva naturale Cava Randello, Scoglitti e naturalmente ci sono i resort Planeta Estate.

​ Valentina Di Camillo, Abruzzo

Siamo nelle terre d’Abruzzo. L’azienda, ereditata dal padre Domenico (“vignaiolo schietto ed estroverso”), si trova ad Ari (un piccolo borgo medievale tra Chieti e Lanciano). Trentacinque ettari vitati dislocati in sei comuni tra le province di Chieti e Pescara.

Valentina di Camillo vive l’azienda “Tenuta i Fauri” come viticoltrice, pur occupandosi principalmente della comunicazione e commercializzazione, in collaborazione con il fratello Luigi (il responsabile delle vigne). I giovani vignaioli, per il nome (e il logo) dell’azienda, si sono ispirati a dei reperti archeologici di un monastero paleocristiano (scoperto nella vigna di Francavilla al mare) dove i monaci che lo abitavano erano detti fauri.

La famiglia, soprannominata Baldovino, un “soprannome vagamente etilico che ci accompagna da intere generazioni, distintivo di un’antica vocazione” è una presenza importante della parte meno vista della vinificazione abruzzese.

Nelle loro cantine di famiglia hanno conservato le storiche vasche di cemento, (andate fuori moda alla fine degli anni Settanta), dove creano i loro vini da vitigni autoctoni come Pecorino, Passerina, Trebbiano d’Abruzzo e il Motepulciano d’Abruzzo, dando loro i nomi di Baldovino, Ottobre Rosso e Albarosa.
Praticano un’agricoltura biologica in vigna e fermentazioni spontanee in cantina da uve che godono di un clima tipicamente mediterraneo, tra rive e pendii, pecore e capre.

“Sognatore è un uomo con i piedi fortemente appoggiati sulle nuvole.” (Ennio Flaiano)

Cosa fare a Ari e dintorni

Ari è un piccolo comune della provincia di Chieti, quello che si definirebbe “una bomboniera”, a 15 minuti dal mare e 30 dalla Majella. Siamo nel territorio delle colline teatine, ove un tempo sorgeva l’antica Teate (1181 a.C.). Vicinissima alla costa Adriatica, gode anche dell’imponente presenza del massiccio della Majella (2793 m), da un lato, dall’altro c’è il Gran Sasso (2912 m). Quindi mare, montagna, parchi, natura, cultura, borghi, benessere e un mare di cose buone da vedere e assaggiare.

Donne del vino : Vino insegna al neon : foto di road trip with raj (pexel)

Ma come lo scegli il vino se non sei un esperta/o?

Bella domanda!

“Dirò subito che mi considero anch’io, del vino, un amatore inesperto. È vero, i “viaggi d’assaggio”, che racconto nelle pagine seguenti, mi hanno istruito un pochino: ma il loro risultato più apprezzabile è stato di misurare, dopo anni di esperienze enologiche, quanto sia vasta ancora la mia ignoranza, e l’arte del vino quanto difficile.” (Mario Soldati da “Vino al vino”)

Anch’io mi sento una semplice buongustaia del vino e, pur avendo un trascorso professionale in cucina e pasticceria, puntualmente mi perdo davanti agli scaffali dove l’offerta è sempre più ricca, con etichette sempre più creative, e appellazioni sempre più presenti. Credetemi: siamo in tanti!

La cosa che però più mi ha sorpreso, in questo mio breve excursus alla scoperta delle donne del vino, è una generale poca attenzione (ovviamente con le dovute eccezioni) a una parte importantissima della comunicazione del vino: gli abbinamenti e i suggerimenti!

Fare il vino è un mestiere che ha “odore e sapore” e una vigna non è mai la sola coltivazione di zona. Cos’altro regala il territorio? Parlo di quei matrimoni tra vino e cibo che solo chi lo produce, grazie al suo accesso privilegiato ai segreti del terroir, può suggerire e che invece troppo spesso si accontenta di descrivere con le solite indicazioni generiche.

Tra i food trend pare che il secondo fattore chiave, tra le priorità di chi acquista il vino, sia “social”: come occasione di socializzazione (a pranzo o cena, con amici o in coppia, ma anche da soli); il primo resta il prezzo.

Per fortuna ci sono le app che aiutano: enoteche digitali, spesso molto più informative dei siti dei “genitori” dei nettari degli dei.

Nel frattempo, al ritmo di “Let’s Never Stop Falling in Love” dei Pink Martini, mi concedo un aperitivo leggero con delle mandorle tostate in padella: olio di cocco, rosmarino e salvia, pepe di Sichuan (o Szechuan) e un buon calice di …
“In vino veritas”

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