Liquori e distillati senza glutine da avere a portata di mano

C’è bere e bere. L’importante è sapere quali sono i liquori e distillati senza glutine da avere a portata di mano.

Tutte conosciamo l’essenzialità di bere “acqua” durante il giorno, ma quando il verbo “bere” è usato nell’accezione più strettamente legata al brindare, serve lungimiranza. Soprattutto se si segue una dieta senza glutine.

Partiamo dal presupposto che la presenza di alcune bottiglie in casa può fare la differenza, sia per dare quel tocco in più a un delizioso piatto di penne alla vodka che per voi che le cucinate, o per quando avrete ospiti che, come gli stranieri, spesso preferiscono qualcosa di più forte.

Rispetto alla sorprendente varietà di liquori, le tipologie di base che vengono utilizzate per produrli, sono circa sette: parliamo dei distillati parte della grande famiglia delle acquaviti. Di drink ce ne sono una marea e, anche se alcolici, non tutti sono superalcolici.

Il dizionario Sabatini Coletti, al lemma “liquore”, da due definizioni:

  1. Bevanda ad alta gradazione alcolica ottenuta distillando vino, cereali o frutta, o per infusione di alcol, essenze aromatiche, zucchero
  2. Farm. Medicamento a base di acqua o alcol senza zucchero

Che dire, c’è sempre stato un certo non so ché di terapeutico.

Per quanto riguarda l’angolo bar di casa, per essere ben fornito, dovrebbe contenere almeno tre bottiglie di alcolici (tra il 35% e il 40% di alcol) – con un paio di versioni analcoliche (ce ne sono di deliziose) – un vermouth bianco e uno rosso, e perlomeno un amaro.

C’è sempre un certo grado di disorientamento quando, nei negozi, davanti agli scaffali pieni di bottiglie, con tutte quelle etichette più o meno colorate, non si sa cosa comprare. Quindi, per poter bere gluten free avrete bisogno di una lista della spesa che abbia chiari gli obiettivi per l’utilizzo dei drink che acquisterete; magari ottimizzando anche l’impiego degli avanzi – che in questo caso saranno le bottiglie aperte. È un po’ come prepararsi per un pranzo o una cena speciale.

“Che faccio, ne compro una per tipo? No, decisamente costoso. E poi come le utilizzo, non ho nemmeno dove metterle tutte.”

Ma allora quale acquistare? Prima di scegliere cosa comprare, vale la pena prendere in considerazione la conservazione delle varie tipologie di liquori e distillati.

La maggior parte dei distillati può essere conservata a temperatura ambiente. Che sia nel mobile bar, su uno scaffale o in dispensa, basta che le bottiglie siano al buio e in un luogo fresco. L’alcol che contengono ne preserverà il contenuto, può solo evaporare, nel caso il contenitore non chiuda bene.
Riguardo ai liquori, soprattutto quelli a basse gradazioni, molti preferiscono tenerli nel frigorifero perché potrebbero deteriorarsi, specialmente se fa caldo.

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In realtà la conservazione è una questione multifattoriale, dove tanto dipende da quanto velocemente consumerete il contenuto della bottiglia. Ricordatevi che, oltre a farne dei drink, potrete sempre utilizzarlo in cucina per marinate, sughi, salse, creme o dessert. E se temete il tasso alcolico, in cottura il calore fa evaporare la maggior parte dell’alcol; generalmente, più si cuoce più evapora.

“Bere con maestria e buon gusto non è un’arte meno naturale dell’amare; o la si apprende mediante l’oneroso processo di prove ed errori, oppure deve essere insegnata.” (H.L. Mencken, “Come bere da gentiluomo” 1935)

Che abbiate in mente cosa vi piacerebbe bere, oppure cercate qualche informazione in più prima di fare shopping, ecco una lista che può esservi di aiuto.

Liquori e distillati di base

Nella categoria dei liquori e distillati di base ci sono tutte quelle bevande prodotte tramite distillazione che, per l’alto tasso di alcol contenuto, sono chiamate anche superalcolici.

Ma quali sono i liquori e distillati senza glutine? Secondo l’AIC (Associazione Italiana Celiachia) “il distillato è puro (tal quale) senza aggiunta di aromi, coloranti o altri additivi. Quindi, facendo un esempio: la vodka è libera, ma la vodka alla pesca è a rischio. Non sempre la presenza di altre sostanze si rende evidente dalla semplice lettura del nome del prodotto, come in questo caso, pertanto si consiglia di leggere attentamente l’etichetta prima di consumare un distillato.”

Whisky o Whiskey? Liquori e distillati senza glutine | foto ©ockstyle

Generalmente il processo di estrazione parte da una massa a base vegetale (frutta, tuberi, radici e/o cereali). Le materie prime vengono raccolte, pigiate e fatte fermentare: quando i lieviti incontrano gli zuccheri è amore prima vista.
La poltiglia risultante verrà fatta bollire e il vapore prodotto, una volta condensato, conterrà un iniziale tasso alcolico che varia tra l’80% (tipo whisky americano) e l’85% ~ 95% (tipo brandy o vodka).

Sebbene le distillerie moderne utilizzino sicuramente dei processi più complessi, il modello fermentazione-bollitura – punto di vista assai semplificato – rende l’idea. Non me ne vogliano gli esperti.

L’elenco degli ingredienti dai quali si può ricavare alcol è lungo e ricco di sorprese. Si parte con frutta di tutti i tipi, comprese le banane; cereali come orzo, sorgo, riso, mais; piante come l’agave o la spugna del deserto; radici e tuberi tipo carote, barbabietole, patate; ma anche canna da zucchero, o latte (cavalla, mucca, capra o yak). Motivo questo della grande diversificazione della qualità e caratteristiche del prodotto finale.

Ogni distillato, a seconda della materia prima utilizzata, avrà il suo patrimonio aromatico-gustativo distintivo, ereditato sia dalla base da cui viene ottenuto, che dal modo in cui verrà conservato, e/o eventualmente invecchiato; ma anche dal luogo di produzione, dal quale potrebbe prenderne il nome, o la denominazione.

In ordine alfabetico, ecco l’elenco dei distillati di base.

Acquavite

acquavite in glass | Liquori e distillati senza glutine | foto connie perez unsplash
Dal latino aqua vitæ (acqua della vita), pare che anticamente il termine acquavite fosse usato indistintamente per descrivere, in qualche modo, sia le acque battesimali che gli alchemici “spiriti ardenti”; quest’ultima definizione fu probabilmente dovuta alle qualità, apparentemente incorporee, del vapore.

In generale, è una locuzione che nella sua quintessenza, può essere utilizzata per descrivere tutto ciò che viene creato attraverso il processo di distillazione: insomma, è la madre dei distillati.

In questa serie di distillati, in Italia abbiamo la Grappa (acquavite di vinaccia), in Francia la classica eau-de-vie si chiama Marc (la lettera c è muta), l’Aguardiente portoghese o spagnola, l’aquavit tedesca o l’akvavit svedese. Nella loro forma pura sono tutti liquori e distillati senza glutine.

A parte l’uva, si distilla anche da mele, pere, prugne, ciliegie, more, solo per citare qualche frutto.

Brandy

brandy in a glass | Liquori e distillati senza glutine | foto nika benedictova unsplash
Parte della grande famiglia delle acquaviti (soprattutto quelle ottenute dall’uva), è solo dopo un certo tempo trascorso in botte che prende il nome di brandy. Il nome deriva dall’olandese brandewijn (vino bruciato), verosimilmente in riferimento all’applicazione del calore nella distillazione.

Nella sua accezione più ampia, il termine brandy denota anche i liquori ottenuti da qualsiasi altro frutto: ciliegie, mele, pere e chi più ne ha più ne metta. Non sorprende quindi che tendano ad avere quel non so ché di fruttato (con le specifiche aromatiche del frutto iniziale), note speziate più o meno affumicate, a seconda di dove e per quanto tempo siano stati invecchiati.

Abitualmente le denominazioni utilizzate per etichettare questi distillati seguono il ciclo di invecchiamento, e sono legate all’acquavite più “giovane” in miscela, chiamata spesso “Old Pale”, in quanto ancora pallida rispetto ai toni più ambrati acquisiti nel tempo:

  • Si va da un minimo di 2 anni, etichettato AC per le versioni economiche, VS – Very Special (molto peciale) o Tre stelle.
  • Tra i 4 e 5 anni, si identificano come VSOP – Very Special/Superior Old Pale, (molto speciale/superiore Old Pale), o VO – Very Old (molto vecchio). Entrambe le categorie si possono utilizzare per ottimi cocktail e in cucina.
  • Dai 6 anni in poi abbiamo i Napoléon.
  • Con un minimo di 7 sono Vieux (vecchio), Hors d’age (fuori età), Extra e XO – Extra Old (molto vecchio), generalmente “stagionati” tra i 15 e 20 anni.
  • Naturalmente ci sono anche i single-cru o monovarietali.

Più è lunga la “stagionatura” e più importante sarà il prezzo. Giusto per dare un’idea, si parte da 13 € per una bottiglia da 70 cl di discreta qualità, fino ad arrivare a prezzi per collezionisti benestanti e molto motivati ad acquisire dei pezzi Vintage.
Nel 2011, ad un’asta in Cina, una bottiglia di Croizet Cognac Cuvée Léonie del 1858, è stata venduta per $156,760 (dollari americani). Immagino che, se mai l’avranno stappata, il nettare sarà stato sorseggiato molto, ma molto lentamente!

Tra i brandy dei nostri giorni abbiamo:

  • i nostrani Vecchia Romagna, Villa Zarri o Stravecchio Branca;
  • i francesi Armagnac e Cognac, entrambi brandy d’uva, hanno in qualche modo ereditato le loro denominazioni dalle regioni di produzione, rispettivamente Guascogna e Nuova Aquitania; o il Calvados, prodotto dal sidro di mele, in Normandia.
  • Poi ci sono i brandy spagnoli prodotti nello stile Jerez in Andalusia, o il Torres in Catalogna;
  • ma c’è anche il greco Metaxa.

La lista è veramente lunga, quasi ogni paese del mondo ne produce uno o più tipi.

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Note senza glutine – L’acquavite in primis, e quindi il brandy, (solitamente prodotti con uva o altra frutta), come distillati di base sono considerati liquori senza glutine. Lo status gluten free diventa più nebuloso e complesso da mantenere quando comincia l’iter per l’invecchiamento. I distillati possono venire a contatto con il glutine, (specialmente nelle cantine o impianti che elaborano prodotti contenenti frumento, orzo o segale). Anche perché, tradizionalmente, le botti di rovere usate per la stagionatura, possono essere sigillate con un’impasto di farina di frumento o di segale. Stessa problematica per le opzioni aromatizzate con additivi, aromi e coloranti: ci sono infatti aromi naturali a base grano o dolcificanti a base di malto d’orzo. La prudenza quindi è d’obbligo.

Gin

gin in a glass | Liquori e distillati senza glutine | foto jez timms unsplash
Il gin è il risultato di un primo distillato, generalmente ottenuto da mais o orzo, dove sono state fatte macerare delle bacche di ginepro (l’ingrediente botanico necessario affinché il liquore si possa chiamare gin), per poi essere nuovamente distillato.

Oltre al ginepro, però, si possono aggiungere altri elementi botanici (i botanicals) come agrumi, radici, cassia, pepe, finocchietto, zenzero; giusto per citarne alcuni.
In genere hanno un attacco asciutto ed erbaceo, e sono piuttosto forti – arrivano ad avere anche un 46% di alcol. Ma è l’incontro dei patrimoni aromatico-gustativi proprio agli ingredienti che ne determinerà il gusto.

I gin sono disponibili nelle più svariate formulazioni e gusti. Per chi deve bere senza glutine, quelli che si possono consumare (con un discreto livello di sicurezza), sono i gin in purezza, dove le fragranze sono scaturite dal processo di distillazione.

La tipologia in stile “London Dry” è una di quelle in purezza, non è possibile aggiungere aromi o additivi artificiali dopo la distillazione.
Non fatevi ingannare dal nome, è semplicemente uno stile di produzione e non ha bisogno di essere realizzato nella capitale inglese. In effetti, può essere prodotto in qualsiasi parte del mondo.
Perfetto per i mixed drink, qui trovate qualche suggerimento per i cocktail con gin, con un classico del pantheon dei grandi classici miscelati: il Negroni.

Fate molta attenzione ai gin aromatizzati e invecchiati. Tipicamente non invecchiato, il passaggio in botte è una tendenza relativamente recente.

Da una ricerca effettuata dall’EFSA (l’Autorità Europea per la Sicurezza degli Alimenti), risulta che “Il processo produttivo tramite distillazione, infatti, è tale per cui il prodotto finito non può contenere glutine né esserne contaminato.”

I brand più noti sono i Gordon’s, Hendrick’s, o Bombay Sapphire; ma ci sono anche degli ottimi London Dry made in Italy, come il gin sardo di Silvio Carta, o i toscani Sabatini e Peter in Florence.

Note analcoliche – Nella grande famiglia dei botanicals ci sono delle interessantissime variazioni analcoliche dedicate a chi vuole bere a 0%. Drink ottenuti con tecniche di idrodistillazione, che in qualche modo richiamano le note dei gin aromatizzati, (ma anche di altri tipi di distillati) adatti a chi non consuma alcolici.

Quello dei liquori a basso contenuto di alcol (ma anche analcolici) è un trend molto interessante ed è in continua crescita. Con un mercato globale che raggiunge un valore di US$ 10 miliardi e un aumento dei consumi, previsto entro il 2024, del 31% (IWSR – International Wines and Spirits Research)

Mezcal e Tequila

cottura pigna da mezcal | Liquori e distillati senza glutine | foto analuisa gamboa unsplash
Mezcal e Tequila sono entrambi liquori di origini messicane, distillati da piante di agave.

Il termine mezcal (o mescal) pare sia legato alla divinità Mayatl (l’agave sacra), ma anche ai termini metl o mexcalmetl che, nel linguaggio nahuatl (azteco), si riferiscono appunto all’agave.

È un distillato tipico della regione di Oaxaca (si pronuncia wa-ha-ka), che si può ottenere da più di 50 tipi di agave, anche se la maggior parte è prodotta con la varietà “Espadin”. Ci sono altri sei stati autorizzati a produrre mezcal: Guerrero, Guanajuato, San Luis Potosi, Zacatecas, Durango e Tamaulipas.

Oltre al tipo base, ci sono anche le versioni Artesanal (artigianale) e Ancestral (ancestrale); ogni categoria con una sua metodologia e tipo di attrezzature da poter utilizzare.
Abitualmente bevuto Joven (giovane) – la varietà che rientrerebbe nei liquori e distillati senza glutine: il mezcal Espadin Montelobos potrebbe essere un buon inizio.
Ci sono anche le versioni invecchiate come il Reposado (riposato) e l’Añejo (vecchio). Ce n’è anche un tipo Madurado en Vidrio (maturato in vetro per 12 mesi).

Ciò che colpisce al primo sorso, (a parte i 43% ~ 45% di alcol) sono i toni più o meno “fumosi”, vagamente speziati, propri di un falò. L’intensità è percepita in maniera più leggera dagli habitué di brandy o whisky.

Mi raccomando, non fatevi trarre in inganno dal nome, il mezcal non contiene né mescalina né altre sostanze psichedeliche. Potrebbe però contenere delle proteine animali, a partire dalle larve di falena.
Tradizionalmente prodotto per eventi speciali, c’è il mezcal de pechuga (che in spagnolo significa petto), una versione ri-distillata di un primo mezcal arricchito dai profili aromatici del petto di pollo o tacchino. Pare si stia lavorando anche a una variante con profumi di prosciutto Iberico.

Un detto popolare recita:

“Para todo mal, mezcal, y para todo bien, también; y si no hay remedio: litro y medio” (Se va male, mezcal, e se va bene, anche; e se non c’è rimedio, un litro e mezzo”)

Riguardo al tequila. Si dice che sia un tipo di mezcal, (un po’ come lo scotch o il bourbon siano tipi di whisky), ma non tutti i mezcal sono tequila. Infatti, l’unica materia prima per la produzione di 100% tequila è l’agave tequilana Weber azul (il tipo blu).

Da notare che, in lingua spagnola, il nome originale della bevanda è al maschile “el tequila”. Il liquore prende il nome dall’omonima città, situata nello stato di Jalisco (la zona a più alta produzione), e può essere prodotto anche in altri quattro stati: Michoacan, Guanajuato, Nayarit e Tamaulipas.

A parte il tipo di pianta, l’altra differenziazione (con il mezcal) avviene durante la cottura pre-fermentazione della materia prima: il cuore delle pianta, detto la piña (pigna), la sola parte utilizzata.
Per il mezcal si procede alla cottura in speciali forni interrati, che darà quei toni affumicati. Mentre per il tequila si è optato per una cottura al vapore, che donerà un profilo aromatico ben distinto, con toni erbacei, vagamente agrumati e quel non so ché di dolcezza naturale della pianta (dalla pianta si può ottenere il delizioso sciroppo d’agave.

Ci sono varie versioni di tequila: il tipo Blanco (bianco) che, fresco di alambicco, è tra quelli senza glutine come el Tequila Blanco della distilleria Olmeca Altos. Seguono le versioni Reposado (riposato), con i suoi 2 mesi /1 anno di passaggio in botte, e l’Añejo (vecchio) invecchiato intorno ai 3 anni.

Rum

canna da zucchero per rum | Liquori e distillati senza glutine | foto victoria priessnitz unsplash
Il rum è una bevanda alcolica distillata dai sottoprodotti fermentati della canna da zucchero: la melassa in primis. Un liquido molto denso, scuro e appiccicoso, restante dalla lavorazione dello zucchero.
Lo si può fare anche dal succo estratto dalla pianta, in questo caso si tratta di rum agricolo. Pare sia la forma più pregiata in quanto distillato dalla linfa non ancora lavorata della canna, che porta con sé quel non so ché tipico del “terroir” di coltivazione.

La canna da zucchero (Saccharum officinarum) fa parte della famiglia delle Graminaceae e, nonostante la sua connotazione tutta caraibico-americana, in realtà ha origini nell’Asia orientale. Pare che, dopo varie peripezie, raggiunse la Sicilia e poi la Spagna (era l’VIII secolo AD) per poi giungere nei Caraibi con Cristoforo Colombo.
Le prime colture si fanno risalire all’isola di Hispaniola, una delle prime colonie fondata dall’esploratore nei suoi viaggi (1492 – 1493). Oggi l’isola è patria della Repubblica Dominicana e Haiti.

Nella maggior parte dei paesi che producono rum spesso lo si invecchia, non bisogna quindi farsi ingannare dalle colorazioni: anche quello più chiaro potrebbe aver fatto un passaggio in botte.
Tra i vari stili, troviamo:

  • Il tipo White: il rum bianco – con variazioni chiamate “Light” o “Silver” (chiaro o argento) – viene invecchiato in botti di rovere per un breve periodo, giusto per smussarne i sapori; quindi filtrato per rimuovere il colore. Perfetto per i cocktail, il Bacardi Carta Blanca ne è un esempio.
  • I Gold : un po’ più “saporiti” rispetto ai rum bianchi, i toni dorati, tendenti all’ambra, li devono a una sosta in botte un po’ più lunga. Ce ne sono di secchi e leggeri o dolci. Il rum Angostura 1919 prodotto nella Repubblica di Trinidad e Tobago ne è un esempio.
  • I Dark o neri: Dalle tonalità più scure, sono invecchiati per lunghi periodi e maturano delle piacevolissime nuance caramellate che spesso li rendono troppo facili da sorseggiare. Tipo il ricco El Dorado Riserva delle Distillerie Demerara in Guyana.
  • I Rhum Agricole (rum agricoli): Sono rum corposi, a base di succo di canna da zucchero (al posto della melassa), che riescono a esprimere aromi floreali e vegetali. Anche in questo caso si va dai bianchi ai dorati fino agli scuri.

A proposito di rum agricoli, c’è un interessantissimo prodotto italiano fatto in Sicilia: l’Avola Rum. Elaborato dal succo di canna da zucchero locale, non hanno potuto aggiungere in etichetta la dicitura “rum agricolo” in quanto protetta e dedicata ai soli territori di produzione francesi (Guyana francese, Guadalupa, Martinica e La Riunione) e Madeira, l’isola portoghese al largo delle coste del Marocco.

Sulle varie etichette del mondo, si possono trovare anche le denominazioni ron (nei paesi di lingua spagnola) o rhum (in quelli di lingua francese), non temete, si tratta sempre di rum. Al di là di come si chiamino, possono avere un tasso alcolico che va da un 40% di base, fino al 55% di alcuni rum agricoli.

Note senza glutine – Nella sua forma distillata è considerato sicuro da bere, il dilemma è dove trovarlo così. La prudenza è d’obbligo per le versioni aromatizzate o invecchiate. Alcuni rum fanno il passaggio in botti di quercia (rovere) nuove e carbonizzate, tanti in botti usate per altri distillati come whisky, brandy o sherry. Il tipo di botte, insieme ai tempi di sosta in queste, sono determinanti per il patrimonio aromatico, ma anche per i rischi di contaminazione.

Dalla canna da zucchero si ottiene anche la cachaça (/kaˈʃasa/ – kà-scia-sa) brasiliana.

Vodka

vodka in a glass | Liquori e distillati senza glutine | foto andrey ilkevich unsplash
Un distillato apparentemente neutro, anche la vodka ha il suo carattere, e non riguarda solo il tasso alcolico. Spesso definita come insapore e inodore, quando ben fatta, è molto più interessante di quello che sembra, ed è partner ideale nei mixed drink.
Qui trovate qualche idea per i cocktail con vodka.

Tradizionalmente prodotta da una base di frumento o patate, (tipico dei paesi del nord-est europeo), la si può ottenere anche da mais, piselli, uva, fichi e latte.

Ebbene sì, si può ottenere vodka anche dal latte. Ne è un esempio la Black Cow (mucca nera), prodotta nel Dorset (UK), adoperando il siero del latte rimasto dopo aver prodotto il formaggio. Un modo ingegnoso di utilizzare gli scarti del caseificio della fattoria della Pure Milk Vodka Ltd.

Ma distillare vodka dal latte non è una novità dei tempi moderni. La Fondazione Slow Food riporta di un distillato chiamato “Araga” prodotto artigianalmente in Sibera, nella Repubblica Popolare di Tuva, dal latte di razze autoctone di yak, vacche e capre.

Riguardo alla vodka industriale. Nel primo passaggio della distillazione, che di solito richiede attrezzature costose, la percentuale di alcol raggiunge il 95%.
Molti dei brand sul mercato partono da questo tipo d’alcol per poi caratterizzarlo a seconda delle loro esigenze. Sarà anche conveniente, ma questa è una delle ragioni della presenza di tante etichette che risultano imbevibili – anche nei cocktail. E non sono necessariamente solo quelle economiche.

Mi raccomando però, nel caso vi ritroviate una di queste bottiglie, non buttatene il contenuto, perché lo si può usare al posto dell’aceto per sgrassare, deodorare e disinfettare; ed è sicuramente più “naturale” di tanti altri chimici dedicati alle pulizie.

Note senza glutine – Considerati i vari livelli di sensibilità al glutine (o ai cereali che lo contengono), procedete sempre con molta cautela. È vero che nella sua forma pura non contenga glutine ma di quella invecchiata in botti di rovere non si ha certezza.

Whisky e Whiskey

whisky in a glass | Liquori e distillati senza glutine | foto mathew schwartz unsplash
In generale, il whisky (o whiskey) rappresenta una varietà di liquori ottenuti dalla distillazione di un mosto fermentato, composto da cereali: mais, malto d’orzo, segale e grano sono tra i più usati. Il liquido risultante è poi invecchiato in contenitori di legno (di solito botti di rovere).

I fattori distintivi di questi liquori dipendono, in primis, dalla località di produzione. Partiamo dalle denominazioni. Solitamente il whiskey si riferisce ai liquori prodotti in Irlanda e Stati Uniti (con i suoi Bourbon); mentre il whisky a quelli prodotti in Scozia (lo Scotch ne è un esempio), Canada, India e Giappone. Seguono le varietà dei cereali usati, il processo di distillazione, l’invecchiamento e la miscelazione per arrivare al liquore da imbottigliare.

I toni possono andare dall’ambra al caramello, fino a colori che si avvicinano alla melassa, l’importante è sapere che non sono necessariamente indicatori del gusto. I whisky chiari, per esempio, vengono spesso “liquidati” come troppo giovani e, probabilmente, privi di quelle complessità spesso descritte per i più âgée, considerati molto più interessanti al palato.
Ma come sempre, ci sono delle eccezioni alle regole. Se alcune distillerie utilizzano esclusivamente rovere vergine (vedi Scotch e Bourbon), tanti preferiscono botti usate per lo sherry, per il brandy, per il porto, oltre quelle del bourbon. Immaginate le variabili.

Single malt o blended (malto singolo o miscela)? In entranbi i casi si tratta di un assemblaggio di vari distillati:

  • La dicitura single malt garantisce che il liquore risulti dalla produzione di whisky di malto della stessa distilleria, non necessariamente dallo stesso lotto o botte.
  • Laddove blended whisky è il risultato di un mix di distillati di malto d’orzo e di grano provenienti da più distillerie. Ma, se indicato come blended malt whishey, allora si tratta di un assemblaggio di whiskey di malto d’orzo.
  • Ci sono anche i single grain whiskey ottenuti da più cereali, incluso orzo, mais o grano, prodotti nella stessa distilleria.

Riguardo alla presenza o meno di glutine, il dubbio regna sovrano. Si sta lavorando all’obbligo di segnalare in etichetta la presenza di allergeni (tra i quali il glutine), ma non tutti i paesi si sono adeguati a riguardo.

Per chi volesse bere del whiskey, in relativa sicurezza, ci sono in commercio delle tipologie (made in US), ottenute da cereali naturalmente senza glutine, come l’Hudson Baby Bourbon: 100% mais dello stato di New York, con il suo 46% di alcol è per palati super coraggiosi; ci sono anche quelli ottenuti da sorgo o miglio.

Perfetti per chi ama i drink forti e non troppo dolci, eccovi alcuni suggerimenti per fare dei cocktail con whiskey.

In conclusione, volevo ringraziarvi di cuore per essere giunte fin qui, considerata la lunghezza dei questo articolo, mi avete dedicato davvero tanto tempo e per questo vi sono veramente grata.

Il che mi fa anche pensare che i contenuti di questo post siano stati di vostro gradimento, nel qual caso “condividetelo!” potrebbe essere d’aiuto a chi cerca informazioni in più, prima di fare shopping a caccia di liquori e distillati senza glutine.

E per chi di voi sia all’inizio del percorso per una vita gluten free, suggerisco di leggere anche questa mia guida per bere senza glutine: dall’acqua ai liquori, passando per i cocktail, si legge in soli 9 minuti.

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