Alberto Martini, illustratore, biografia e opere

Stavolta gioco in casa, raccontando la biografia e le opere dell’illustratore Alberto Martini. L’artista infatti è nato a Oderzo, la città veneta dove sono nata anch’io, in provincia di Treviso. Le ragioni per cui parlarne, però, sono moltissime: poco noto oggi, fu capace di sviluppare una rete di relazioni vastissima in tutta Europa mentre era in vita. È stato protagonista di due mostre organizzate a Roma la scorsa primavera che hanno fatto parlare di lui in tempi recenti. Infine, ha illustrato in modo sorprendente e modernissimo la Divina Commedia: per questo ho deciso di raccontarne la vita nell’anno in cui si celebrano i settecento anni dalla morte di Dante.

Alberto Martini: le opere più famose

Difficile scegliere tra le opere che l’illustratore Alberto Martini ci ha lasciato: sono ricche, diverse e multiformi come la  sua biografia. Nato nel 1876 a Oderzo, Martini è figlio di una nobildonna trevigiana e di un professore di disegno. Impara dal padre i primi rudimenti artistici, dimostrando subito una particolare inclinazione per il disegno e la grafica.

Nel 1895 inizia a illustrare le prime opere letterarie, tra cui La Secchia Rapita di Tassoni: 130 disegni grotteschi, che ricordano le opere dei maestri nordici attivi tra il 4 e il ‘500, primo fra tutti Albrecht Dürer.

Nel 1898 iniziano i suoi viaggi, in Italia e in molti paesi d’Europa: soggiorna a Monaco, dove lavora come illustratore per alcune riviste, poi si sposta a Torino. Qui incontra il critico d’arte napoletano Vittorio Pica, che di Martini scrive: “Mi riuscì di prim’acchito simpatico nella riservatezza signorile, seppure un po’ fredda, nell’eleganza sottile della persona, nel pallore del volto, in cui alla freschezza sensuale delle labbra rosse contrastava lo sguardo strano, fra acuto e astratto, fra disdegnoso e canzonatorio”.

Alberto Martini Biografia e opere
Alberto Martini, Autoritratto, Public domain, via Wikimedia Commons

È l’inizio di una lunga amicizia: Pica sosterrà Martini lungo tutta la sua carriera. Grazie all’amico, nel 1901 Martini realizza per la prima volta un ciclo di illustrazioni per la Divina Commedia, partecipando al concorso promosso dalla casa editrice fiorentina Alinari. Il poema di Dante sarà uno dei grandi percorsi dell’arte di Martini, diviso in tre cicli distinti. Tra le tante immagini, scelgo quella che illustra l’incontro con Forese, nel XXIV canto del Purgatorio: l’uomo, come tutti i golosi, è condannato a patire la fame. Il volto è scarno, segnato dal digiuno e con le rughe evidenziate dai tratti più marcati delle incisioni: c’è chi dice che sia un autoritratto, ma non tutti sono d’accordo.

Poco dopo una fortunata mostra a Londra, nel 1905 Alberto Martini inizia a realizzare le tavole per illustrare i Racconti straordinari di Edgar Allan Poe: una serie di opere che spaziano dal grottesco al surreale e che accompagnano con incombente, inquietante precisione le storie dello scrittore americano.

Nel 1911, dopo la morte del padre, si trasferisce con la madre a Treviso e rifiuta le proposte di artisti, critici e scrittori che lo vorrebbero a Parigi e in Russia. L’anno seguente, dedica un ritratto a Vittorio Pica, che diventerà una delle sue opere più note. L’uomo è seduto alla scrivania: in mano regge una penna dal pennino sottilissimo e un foglio di carta. L’espressione è concentrata, fiera e sorridente al tempo stesso. Sullo sfondo, l’interno di una casa e la finestra da cui entra un raggio di sole. Vicino al braccio di Pica, una candela smoccolata su cui danzano minuscole figure nate dalla cera.

La scena suggerisce una notte di lavoro, in compagnia di quei “visitatori notturni” che Martini cita più volte nella sua biografia come guide nel mistero e fonte di ispirazione. Ogni dettagli spicca nitido sulla carta, illustrata a china con poche tracce di pastello: il risultato è un ritratto vivo, partecipe, intenso.

Dopo lo scoppio della prima guerra mondiale, Alberto Martini realizza la Danza Macabra Europea una serie di cartoline in funzione antitedesca, distribuite soprattutto al fronte, anche per evitare la censura. Sono immagini grottesche e dissacranti, per la maggior parte contro il nemico tedesco: un’attualizzazione delle danze macabre medievali, in un inferno sulla terra difficile da dimenticare.

Alla fine della guerra, l’illustratore torna ad esporre, prima a Milano e poi alla Biennale di Venezia. E a Venezia incontra più volte la Marchesa Luisa Casati: la “Divina Marchesa”, come la chiamava D’Annunzio, che dal 1912 al 1934 Martini ritrae per ben dodici volte. “Posava da grande artista, e da gran dama, per i maggiori artisti del mondo“, racconta. In alcuni dei ritratti la Casati appare come una farfalla: è così anche per l’opera Un lent réveil après bien de métempsychoses, destinata ad illustrare uno scritto del poeta Verlaine.

Alberto Martini Opere Marchesa Casati
Alberto Martini, Ritratto della Marchesa Casati, Public domain, via Wikimedia Commons

In questa immagine, la Marchesa appare come un essere sospeso tra realtà e sogno, nell’atto di trasformarsi in una farfalla rossa e arancione: sullo sfondo, le acque scure di Venezia. Diafana, con un’espressione indecifrabile, la figura sembra una fiamma che si sollevi verso l’alto. A collegarla alla terra e ad attestarne la natura, solo un paio di scarpe da sera, anch’esse arancioni.

Alla fine degli anni ’20 inizia un periodo difficile per Alberto Martini: la critica sembra ignorare i suoi lavori e l’illustratore si trasferisce a Parigi, dove resterà fino al 1934, frequentando artisti e scrittori. Illustra le opere di Rimbaud, Baudelaire, Mallarmé, sperimentando diversi stili e avvicinandosi sempre di più al surrealismo.

Nel 1934 è costretto a tornare in Italia, spinto da una situazione economica precaria. Continua ad illustrare scritti e opere, come Cuore di De Amicis e i Fioretti di San Francesco, ma anche le poesie di Rilke e una serie di dipinti ad olio.

Muore nel 1954 a Milano, esprimendo un desiderio preciso nel suo testamento spirituale: la creazione di un museo dove conservare le opere del Surrealismo italiano. La sua volontà è stata realizzata, almeno per quanto riguarda le sue illustrazioni: nel 1967, infatti, è stata inaugurata a Oderzo la Pinacoteca Alberto Martini, che custodisce la più ampia raccolta delle opere dell’artista.

 

Alberto Martini: libri su di lui da leggere

Con Alberto Martini abbiamo una grandissima fortuna: oltre ai libri di altri autori che raccontano la biografia e le opere dell’illustratore, possiamo leggere anche la sua autobiografia, Vita d’artista. Il manoscritto, poi battuto a macchina dal cugino dell’autore, racconta la vita di Martini e le sue scelte artistiche, ma anche le sue convinzioni personali e le sue suggestioni.

E proprio di suggestioni è inevitabile parlare, leggendo le pagine di questo libro: l’illustratore, ad esempio, rievoca le atmosfere di Parigi negli anni trenta, raccontando il quartiere degli artisti di Montparnasse e la vita osservata sui boulevard. Oppure, ci fa sedere accanto a lui, al tavolo da lavoro, mentre una farfalla notturna si posa sulla sua mano e lo accompagna nelle sue fantasticherie e nei suoi ricordi. Anche l’avvio del libro è notturno: “Vedo nel buio apparire i miei fantasmi e nell’azzurro infinito le meraviglie astrali. Una stella cadente mi dà il via!“: ci può essere inizio più bello e poetico di questo?

Un altro volume significativo per comprendere la personalità e le opere dell’artista veneto è “La danza macabra Europea. La tragedia della Grande Guerra nelle 54 cartoline litografate“. Si tratta della raccolta completa che comprende le diverse serie di immagini  che l’illustratore realizzò tra il 1914 e 1916. La raccolta è stata pubblicata in un solo volume  nel 2008, in occasione delle celebrazioni per il novantesimo anniversario dalla fine della prima guerra mondiale. Le illustrazioni, oltre ad essere l’espressione di un odio violento contro il nemico austriaco e tedesco, rappresentano la crudeltà della guerra. Le immagini interpretano le relazioni tra le grandi potenze, a spese degli uomini comuni, come poche altre opere sono riuscite a fare.

Alberto Martini Biografia e opere, Danza Macabra
Alberto Martini, Danza macabra europea, Public domain, via Wikimedia Commons

Infine, il terzo libro da leggere per chi vuole avvicinarsi alla biografia e alle opere di Alberto Martini è il catalogo della mostra dedicata all’illustratore nel 2004. L’evento, organizzato a Oderzo, ricorda i cinquant’anni dalla morte dell’artista e ha per filo conduttore le opere realizzate da Martini per illustrare la Divina Commedia, in tre periodi distinti della sua vita. Il titolo della mostra (e dello stesso catalogo), infatti, è: “Alberto Martini e Dante. E caddi come l’uom che ’l sonno piglia”. A curare il volume, con rigore, passione e facilità narrativa, è Paola Bonifacio, direttrice della pinacoteca cittadina intitolata all’artista.

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Il catalogo della mostra più completa e appassionata su Alberto Martini
Il Catalogo della mostra dedicata ad Alberto Martini nel 2004: precisa, appassionata e ricca di spunti inediti

Alberto Martini: frasi celebri e aneddoti

Partiamo da un aneddoto su Alberto Martini che ha sorpreso anche me: non si tratta, però, di un episodio della biografia dell’illustratore o di un fatto insolito legato alle sue opere. No, qui parliamo di uno dei grandi maestri del cinema: Alfred Hitchcock. Il regista si è ispirato ad alcune delle creazioni artistiche di Martini per i suoi film: Vertigo, La donna che visse due volte e l’inquietante Gli uccelli.

Libero da qualsiasi imposizione e animato da uno spirito critico ai limiti del temerario, Alberto Martini è profondamente consapevole del carattere scomodo e della forza della sua arte. Lo ribadisce nella sua autobiografia, affermando: “So bene che la mia pittura originale può dar noia agli scarabocchini ed ai criticonzoli miopi”.

Per Martini, l’artista è capace di rispondere al richiamo dell’immaginazione, anche oltre la sfera dell’umano: è l’anima che coglie il mistero e gli dà spazio, senza paura. Sempre in Vita d’artista, l’illustratore ci fa entrare in un’altra scena notturna: “La grande finestra del mio studio è aperta nella notte. In quel nero rettangolo passano i miei fantasmi e con loro amo conversare. Mi incitano a essere forte, indomito, eroico, mi sussurrano segreti e misteri che forse ti dirò. Moltissimi non crederanno e me ne duole per loro, perché chi non ha immaginazione vegeta in pantofole: vita comoda, ma non vita d’artista.”

Dietro all’atmosfera bisbigliata, segreta e cupa dell’immagine suggerita in poche righe, Martini prende ancora una volta una posizione netta: chi non corre il rischio di immaginare rimane nella sua zona di sicurezza, ma rinuncia a grandi conquiste. L’uomo nella maggior parte dei casi non reagisce alle suggestioni, mette a tacere il richiamo scomodo del mistero e sceglie una vita comune: vivrà con meno inquietudine, ma non sarà mai un’artista.

Anche Alberto Martini nei primi anni del novecento si rifugia in un angolo nascosto dopo la morte del padre, opponendo più di un “no” a chi lo invita all’estero. L’artista descrive la casa di Treviso dove vive con la madre come un piccolo angolo di paradiso: “Vicina alle calme acque d’argento del Sile; due grandi pini quasi neri, un piccolo giardino, un frondoso pergolato“. E continua: “Quante volte la fortuna batté alla mia porta campestre, ma la respinsi o non le diedi ascolto. Ero prigioniero dei miei sogni.

Ancora una volta, però, la sua decisione è una scelta consapevole: la scelta di una personalità forte, destinata ad emergere completamente nel periodo successivo. Del resto, la forza dell’artista autentico si manifesta nella capacità di capace di dar vita a scoperte inaspettate, più tenaci dello scorrere del tempo.

Martini lo rivendica, con una dichiarazione di poetica molto precisa: “Vero artista è chi ha saputo creare un’opera […]: un’inattesa scoperta, così forte da resistere al supremo giudizio del tempo, un tempo umano di almeno un quarto di secolo, fatto storico che non si può né inventare, né cancellare, né improvvisare. […] Se l’arte antica, che noi tutti adoriamo, non fosse stata a suo tempo nuova, non sarebbe diventata antica e venerabile!”.

Novità e forza espressiva, sostenute da una tecnica che non nasce dall’improvvisazione: questa è l’arte di Alberto Martini. Un’arte scomoda, a tratti inquietante, ma che ha un merito: ci accompagna nel mistero e nel sogno con una tecnica squisita, dando forma, dignità e diritto di cittadinanza alle nostre suggestioni, anche le più notturne.

Alberto Martini: perché amarlo

Quando mi sono avvicinata per la prima volta alla biografia e alle opere di Alberto Martini ho capito subito una cosa dell’illustratore veneto: lo adori o lo detesti. Con Martini non ci sono mezze misure: e, diciamoci la verità, sarebbe stato lui il primo a non volerle.

La prima ragione per amarlo ha la stessa forza dirompente di una cotta adolescenziale: la cotta per il bel tenebroso della scuola, con il suo fare schivo e l’aria di chi basta a se stesso. Per decidere che volevo conoscere qualcosa di più su Alberto Martini mi è bastato sapere che il mio concittadino aveva illustrato I fiori del male di Baudelaire, l’Amleto di Shakespeare e i Racconti di Poe. Per non parlare della Divina Commedia. Ditelo ad una diciassettenne innamorata della letteratura, poi venite a raccontarmi come va a finire.

Alberto Martini Biografia e opere, L'isola della fata
Alberto Martini, L’isola della fata (Racconto di E.A. Poe), Public domain, via Wikimedia Commons

La seconda ragione? La sua capacità di realizzare illustrazioni, incisioni e dipinti talmente diversi per stile, atmosfera e contenuti da far dubitare che siano opera della stessa mano. Immagini dove la luce esplode, le forme diventano sognanti e morbide e i colori sgargianti sono più vivi del vero, come nel ritratto della Marchesa Casati. O, al contrario, illustrazioni cupe e angoscianti, che insistono sui dettagli di pelle, ossa e rughe cesellati dalla penna. Del resto, non poteva essere diversamente per l’artista che ha studiato e riprodotto la Commedia dantesca nei minimi dettagli, fino ad esserne ossessionato in tutte le sfumature, dal fango al sublime.

Infine, Martini conquista per la sua maniera totalizzante, quasi maniacale di dedicarsi all’arte definendone ogni tratto con la precisione di un chirurgo. L’artista lo spiega in uno dei suoi scritti: “Per imparare il disegno a penna, strumento difficile e acuto come il violino, è necessario lavorare di giorno e di notte per molti anni; passare notti intere al lavoro arrischiando la vita, per poter rendere sensibili immaginazione e fantasia di uno stile originale, per fermare la vibrazione luminosa e l’espressione plastica più intensa…”. Di fronte al fascino e al carisma di un artista del genere è difficile rimanere insensibili: io non ci riesco, e voi?

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