Giovanni Boccaccio scrittore, biografia

Giovanni Boccaccio, scrittore, è uno dei più importanti novellisti della letteratura italiana. Uomo di corte, mercante, amministratore del Comune; come letterato curioso ha sperimentato un gran numero di generi letterari e si è adoperato a diffondere la letteratura in volgare.

Scrive il Decameron, una raccolta di cento novelle nelle quali racconta la società del Trecento, con lo stile di vita dell’epoca, con i valori e le mediocrità della società medievale. Nelle sue novelle, Boccaccio indaga con curiosità nelle abitudini dei suoi contemporanei, ne mette in evidenza i vizi e ne decanta i valori con sguardo realistico e disincantato, ironico e benevolo.

Giovanni Boccaccio nasce a Firenze, o a Certaldo, tra giugno e luglio del 1313, da un amore illegittimo: si conosce il padre naturale, Boccaccio di Chelino, un mercante certaldese stabilitosi a Firenze, mentre l’identità della madre rimane sconosciuta. Giovanni nei suoi scritti parla di sua madre con tenerezza, mentre si lamenta dei modi del padre, poco attenti alle sue inclinazioni letterarie.

Ancora adolescente, intorno al 1327 Giovanni Boccaccio si trasferisce a Napoli con il padre; lui vuole avviarlo agli affari commerciali e allo studio del diritto canonico, mentre il giovane nutre maggior interesse per la letteratura. Per dodici anni segue la strada paterna ed entra in contatto col mondo bancario e mercantile, ma, nel tempo che gli resta libero, frequenta la corte di Roberto d’Angiò e si dedica alle arti letterarie: pratica la biblioteca reale e l’università, entra in contatto con gli intellettuali del tempo, inizia ad interessarsi ai classici latini e ai grandi capolavori in volgare e si rende consapevole che la sua vera vocazione è nel mondo delle lettere.

Ma a Napoli anche un’altra passione infiamma il cuore del giovane Boccaccio che, proprio alla corte angioina, incontra l’amore: sembra infatti che sotto il nome di Fiammetta, la donna amata da Giovanni Boccaccio, sia celata l’identità di Maria, figlia illegittima del re Roberto.

Nella prima metà del Trecento una enorme crisi travolge tutto il sistema economico e finanziario. Nel 1340 inizia il tracollo finanziario della compagnia dei Bardi, presso la quale operava il padre di Boccaccio. Per questo motivo i due sono costretti a rientrare a Firenze, una città dilaniata dai confitti politici e sociali, inaspriti dalla crisi economica.

Banner Bloginrete LeROSA

Ma la difficile situazione economica permette a Boccaccio di dedicarsi con assiduità alla scrittura.

Nel 1348 si scatena in Europa una terribile epidemia di peste e la città di Firenze viene colpita molto duramente: muoiono circa un terzo dei fiorentini e Boccaccio perde il padre e altri familiari. L’epidemia però suggerisce al Boccaccio l’idea per l’opera che lo rende famoso: il Decameron. L’opera accresce la fama di Giovanni Boccaccio presso i suoi concittadini e per questo gli vengono affidati incarichi di grande prestigio: viene inviato come ambasciatore nel 1350 presso i signori di Romagna, nel 1351 presso Ludovico marchese di Brandeburgo e nel 1354 ad Avignone presso papa Innocenzo VI.

Nel 1350, a Firenze, Giovanni Boccaccio conosce Francesco Petrarca, intellettuale cosmopolita di origine fiorentina e padre della poesia amorosa, mentre questi si reca a Roma per il giubileo. I due diventano amici, Boccaccio è affettuoso e riverente ammiratore dell’amico, che considera un maestro; Petrarca guarda al giovane e talentuoso con stima. L’incontro con Petrarca, precursore dell’Umanesimo, permette a Giovanni Boccaccio di:

  • sorpassare la mentalità medievale, per la quale i classici venivano letti nell’ottica della salvezza cristiana, deformati rispetto al loro messaggio originario,
  • convertirsi al nascente Umanesimo.

Divenuto capofamiglia, si impegna nella vita civile e politica, svolge missioni diplomatiche in Italia e Europa, in Romagna, a Napoli, in Tirolo e ad Avignone. Ma Boccaccio è un uomo inquieto e i suoi sbalzi di umore rivelano la sua fragilità.

Il 1360 è un anno cardine per Giovanni Boccaccio.

  • In una Firenze sempre dilaniata dai conflitti, numerosi suoi amici sono coinvolti in una congiura. Per questo il poeta lascia la città, si rifugia a Certaldo e per quattro anni non ha incarichi ufficiali. Sono questi gli anni in cui Boccaccio matura una profonda crisi religiosa, enfatizzata anche dal ritorno della peste. In quel periodo sente che le sue opere in volgare costituiscono una minaccia di dannazione eterna e arriva ad un passo dal bruciare le sue opere e abbandonare gli studi. Se oggi possiamo ancora leggere il Decameron e le altre opere del certaldese dobbiamo ringraziare Petrarca. Infatti l’amico, abituato a placare i “fantasmi” di Giovanni, riesce a distoglierlo da tali estremi propositi.
  • Il maestro calabrese Leonzio Pilato, viene chiamato a Firenze per insegnare il greco antico e tradurre in latino le opere di Omero e Platone. Boccaccio ospita a sue spese il Pilato e nonostante il suo pessimo carattere la relazione tra i due si rivela proficua tanto che Giovanni può imparare il greco
  • Per poter continuare serenamente i suoi studi Boccaccio prende gli ordini ecclesiastici minori.

Nel 1365 gli viene affidato un nuovo incarico diplomatico presso la sede papale di Avignone, poi torna a Roma e a Napoli.

Dal 1371 si trasferisce definitivamente a Certaldo, dove si dedica agli studi e alla meditazione.

Nel 1373, su incarico del comune di Firenze, inizia a tenere pubbliche letture della Commedia di Dante, autore che lui ama più di ogni altro. La sua lettura commentata si deve interrompere al canto XVII dell’Inferno a causa delle sue cattive condizioni di salute.

Giovanni Boccaccio muore a Certaldo il 21 dicembre del 1375.

Periodo storico e letterario

Giovanni Boccaccio vive nel XIV secolo, un secolo segnato da una delle più grandi crisi della storia d’Europa. Gli eventi che segnano l’epoca in cui è vissuto sono:

  • crisi del Trecento,
  • crisi finanziaria,
  • guerra dei Cent’anni,
  • peste nera.

La crisi del Trecento

A cavallo dell’anno mille, dopo la crisi che era seguita al crollo dell’impero romano, era iniziata una rinascita economica e demografica, proseguita per un lungo periodo.

Nel corso del Duecento però si era manifestata una progressiva inversione di tendenza: infatti per nutrire la popolazione in costante crescita si erano messe a coltura terre marginali e poco fertili e il processo espansivo dell’agricoltura, il settore più importante del Medioevo, aveva raggiunto il suo limite massimo. In mancanza di nuove tecniche che fossero in grado di aumentare la fertilità dei campi e di differenziare le colture, in molte aree agricole d’Europa le rese dei terreni, cioè il rapporto medio tra la semente e il raccolto, aveva cominciato a diminuire.

Nel Duecento si innesca così un meccanismo per cui la popolazione cresce in modo molto più rapido rispetto a quello delle disponibilità alimentari. Quando il rapporto tra prodotto agricolo e popolazione diventa troppo sproporzionato, la popolazione inizia a soffrire e a diminuire: tale diminuzione si ripercuote negativamente sulla produzione agricola.

Nel Trecento la popolazione europea raggiunge i 70 milioni di abitanti e gli storici ritengono tale cifra sproporzionata rispetto alle risorse prodotte a quell’epoca.

Nel Trecento si assiste anche ad un peggioramento del clima, che porta ad un avanzamento dei ghiacciai: è sicuramente anche questa una delle cause delle carestie che affliggono gli abitanti di diverse zone d’Europa nel 1317, 1333, 1346.

La crisi finanziaria

La crisi dilaga anche in altri settori e si espande anche a quello finanziario. Alcune compagnie mercantili e bancarie fiorentine come i Bardi e i Peruzzi avevano conosciuto nei decenni precedenti uno straordinario sviluppo tanto da diventare i principali istituti finanziari di Europa a cui si rivolgono anche diversi sovrani.

Ma accade che il re d’Inghilterra non restituisce i prestiti che gli erano stati elargiti e il Re di Napoli richiede all’improvviso di prelevare delle ingenti somme. La mancanza di liquidità provoca il fallimento di queste grandi banche e il crollo travolge anche tutti coloro che avevano affidato  ad esse i loro risparmi.

Il fallimento di tali compagnie finanziarie ha pesanti ripercussioni anche nel settore mercantile e, una volta scoppiata la crisi, si innesca un circolo vizioso per cui la crisi alimenta sé stessa e si estende a macchia d’olio.

La guerra dei Cent’anni

Tra il 1337 e il 1453 la Francia e l’Inghilterra combattono una guerra lunga ed estenuante che ha ripercussioni in tutta Europa. I motivi del contrasto sono numerosi ma due lo sono in modo particolare.

  • Il Re d’Inghilterra Edoardo III ha dei possedimenti terrieri sul continente europeo; quindi il sovrano inglese si trova ad essere feudatario del re di Francia.
  • La regione delle Fiandre è contesa tra i due regni; se dal punto di vista economico la regione è legata economicamente all’Inghilterra in quanto le lane inglesi vengono lavorate a Gand, Bruges e Ypres, dal punto di vista politico la regione dipende da Filippo VI, re di Francia.

Il lungo conflitto può essere suddiviso in due fasi, nella prima delle quali l’Inghilterra ha il sopravvento sulla Francia, mentre nella seconda fase la Francia sconfigge le forze inglesi. In questa seconda fase emerge una figura importante, Giovanna d’Arco, detta la pulzella d’Orleans, che dà un notevole contributo alla vittoria francese.

La peste nera

A causa delle carestie dilaganti, a metà del Trecento le popolazioni debilitate dalla fame si riversano in città in cerca di elemosina. Bisogna pensare che, durante il Medioevo, la situazione igienica nelle città è critica; con l’afflusso di popolazioni affamate e disperate dalla campagna tale situazione non può che peggiorare. E così, quando la peste giunge nelle città europee, trova un terreno fertile per attecchire e diffondersi.

Nel Trecento la peste, una malattia che aveva già colpito duramente nell’antichità e durante il Medioevo, si accanisce sulla popolazione con una violenza e un’estensione inaspettata. Ma a moltiplicare la virulenza del contagio contribuiscono gli effetti della crisi economica.

Ma da dove arriva questo virus?

Gli storiografi ritengono che la peste sia arrivata in Europa dalle regioni asiatiche. Nelle terre dei Mongoli tale malattia era presente tra le popolazioni tartare.

Nel 1347 i tartari stanno assediando la colonia genovese di Caffa sul Mar Nero. Per piegare la resistenza della città, con un’operazione che oggi definiremmo di guerra batteriologica, gli assedianti decidono di lanciare oltre le mura della città i cadaveri degli appestati.

E così la peste si diffonde nella colonia genovese. Alcuni genovesi scappano attraverso il mare per sfuggire all’assedio e portano con sé la peste. Nelle città in cui i genovesi attraccano le loro navi, Messina, Genova e Marsilia, oltre alle merci lasciano a terra anche il terribile morbo. Da queste tre città parte quindi il contagio che si diffonde rapidamente lungo i grandi assi viari nelle regioni più popolate d’Europa. Si è calcolato che la malattia percorre tra i 30 e i 130 km al mese lungo la vasta rete commerciale che percorre l’Europa: le stesse vie di comunicazione su cui viaggiano le merci e i corrieri, si rivelano un ottimo veicolo per il bacillo della peste, che si diffonde rapidamente.

Gli effetti dell’epidemia sono disastrosi tanto che la popolazione europea si riduce complessivamente di un terzo di abitanti, ma in alcune zone, come a Firenze, la popolazione viene addirittura dimezzata.

Offerta
Il prezzo della profonda umanità di Giovanni Boccaccio
Un libro che indaga nelle pieghe della fragilità del Certaldese

Le opere più importanti di Giovanni Boccaccio

La produzione letteraria di Giovanni Boccaccio è molto vasta. La maggior parte delle sue opere è scritta in volgare, alcune in prosa altre in poesia. Oltre al famosissimo Decameron di cui si tratta in un apposito capitolo, Giovanni Boccaccio durante il suo soggiorno a Napoli scrive Caccia di Diana, Filocolo, Filostrato e Teseida. Nel periodo fiorentino scrive Ninfale d’Ameto, Amorosa visione, Elegia di Madonna Fiammetta e Ninfale fiesolano.

In ogni opera si narra una storia che parla di amori, amicizie, passioni e valori. Anche se non sempre è evidente ad una lettura superficiale, in ognuna delle sue opere Giovanni Boccaccio ci offre un insegnamento, una lezione di vita coerente con il pensiero letterario della sua epoca, con i principi dello stilnovo e con valori etici e morali del suo ambiente culturale.

Nel realizzare le opere Giovanni Boccaccio trae spunto dalla mitologia, dall’epica ma anche da vicende personali.

Caccia di Diana [1334]

È un poema allegorico scritto in terzine dantesche. Racconta di una battuta di caccia a cui partecipano alcune nobildonne napoletane. Le donne però si ribellano alla dea Diana, che è una divinità vergine, per seguire invece Venere, la dea dell’amore. Diana però non si arrabbia, anzi: trasforma gli animali catturati dalle nobildonne in giovani amanti.

Il messaggio che ne deriva è molto interessante: l’amore riesce ad elevare l’uomo: infatti l’amore trasforma l’uomo da individuo dotato solo di istinto in un essere dotato anche di raziocinio.

Filocolo [1336-1338]

Si tratta di un romanzo in prosa, strutturato come un racconto cornice, all’interno della quale viene narrata un’altra vicenda. Questa strategia viene usata da Boccaccio anche nel Decameron. Fiammetta, Maria d’Aquino, figlia di re Roberto d’Angiò, prega Boccaccio stesso di narrare la vicenda di Florio, un principe di stirpe regale, e di Biancifiore, una bellissima fanciulla orfana. La storia, di origine orientale, è già diffusa in Francia e in Italia in numerose versioni: narra di un amore tra i due giovani che viene ostacolato per ragioni sociali dai genitori del giovane. Quando Biancifiore viene venduta a dei mercanti, Florio cambia il proprio nome in Filocolo e va in cerca di lei. Solo dopo averla ritrovata, scopre che anche lei è di nobili natali, e può dunque sposarla.

I messaggi che Giovanni Boccaccio vuole inviarci sono tre:

  • l’amore nasce dalla nobiltà dell’animo e non è sottoposto a vincoli economici o sociali;
  • la sostanza del vero amore è la fedeltà;
  • il vero amore supera ogni ostacolo e nelle difficoltà cresce e si rafforza.

Filostrato [1335 o 1339]

Giovanni Boccaccio si cimenta col genere epico; ispirato a un episodio della guerra di Troia, narra dell’amore fra Troilo, figlio di Priamo, re di Troia, e Criseida. Troilo ha un carattere sentimentale mentre la fanciulla appare molto più spigliata e disinvolta. Così, quando lei lo tradisce con Diomede, Troilo si getta in battaglia cercando vendetta e viene ucciso in battaglia. Boccaccio vuol mostrare che l’amore ha bisogno di vicinanza e di contatto, perché la lontananza e il distacco possono incrinare anche l’amore più felice

In quest’opera viene introdotta, forse per la prima volta, l’ottava, una strofa composta da otto endecasillabi, i primi sei a rima alternata e gli ultimi due a rima baciata. Questa soluzione metrica diventa poi tipica del poema cavalleresco del Quattro e Cinquecento.

Teseida [1339-1340]

Giovanni Boccaccio dedica questo poema epico in dodici libri, in ottave a Fiammetta. L’opera narra la vicenda di due amici, Arcita e Palemone, che si contendono la mano della giovane Emilia, sorella della regina delle Amazzoni. I due si sfidano a duello: vince Arcita che però è ferito a morte. In punto di morte sposa Emilia ma si fa promettere che, dopo la sua morte, lei avrebbe sposato Palemone.

Qui Boccaccio contrappone intreccia i temi della passione amorosa e dell’amicizia con i grandi valori cavallereschi della magnanimità e della generosità, valori da celebrare.

Comedia delle ninfe fiorentine noto anche come Ninfale d’Ameto [1341-1342]

La vicenda narra le vicende di Ameto, un rozzo pastore il quale, in seguito all’incontro con sette bellissime ninfe, si libera dei suoi tratti selvatici e attraverso un cammino di elevazione interiore giunge alla gioia suprema che consiste nella contemplazione della divinità.

Qui l’autore riprende temi stilnovistici e celebra la bellezza femminile che ispira l’amore nell’uomo e lo porta a distaccarsi dalle passioni terrene per elevare il proprio animo.

Amorosa visione [1342-1343]

Si narra di una donna bella e gentile che appare in sogno al poeta e gli propone un viaggio alla ricerca della vera felicità. I due arrivano ad un castello, con due porte: una piccola e stretta, che conduce ai beni eterni, e una ampia e agevole, che conduce ai beni terreni.

Il poeta è attratto dalla porta più imponente e viene condotto in due sale affrescate in cui sono illustrati i beni terreni, beni che sono precari a causa della volubilità della sorte; egli viene quindi condotto a contemplare i beni spirituali. Il poeta comprende così che solo i beni immateriali possono donare la vera felicità.

Elegia di madonna Fiammetta [1343-1344]

Fiammetta, una fanciulla napoletana, racconta d’essersi innamorata di Panfilo, un mercante fiorentino. La loro storia d’amore viene interrotta dal ritorno del giovane Firenze. Fiammetta soffre per il distacco prima e per la gelosia poi quando gli giunge la notizia che l’amato si è innamorato di un’altra donna. Il romanzo si conclude con la speranza che Panfilo ritorni a Napoli.

Il romanzo si snoda come un lungo monologo in cui Boccaccio analizza con abilità i moti dell’animo dell’amante abbandonata e tradita.

Ninfale fiesolano [1344-1346]

Il poemetto è ambientato nelle campagne fiesolane. Il pastore Africo si innamora della ninfa Mensola, che è devota a Diana; per questo è obbligata alla castità. Ma il giovane insiste e i due divengono amanti. La giovane temendo l’ira di Diana, decide di lasciare il pastore, il quale per il dolore si toglie la vita. Ben presto la giovane scopre di essere incinta e dà alla luce un bambino. Per punirla Diana la trasforma in un fiume e affida il neonato alla madre di Africo.

Giovanni Boccaccio con questo poemetto vuole indicarci che la felicità per l’uomo passa attraverso la passione ma che tale passione deve essere incanalata nell’alveo del matrimonio.

Trattatello in laude di Dante [1355]

Giovanni Boccaccio è il primo autore italiano a scrivere una biografia dantesca; l’intento del poeta è però scritto con intento celebrativo. Egli infatti non fa una ricerca scrupolosa fonti storiche, ma si affida ad aneddoti e alle leggende che giravano intorno alla figura del poeta.

Corbaccio [1365-1367]

In quest’opera satirica contro le donne, Boccaccio è innamorato di una bella vedova che però lo respinge. Sogna quindi di ritrovarsi in una selva dove l’anima del defunto marito della donna gli elenca i difetti delle donne e lo invita a cercare negli studi la vera felicità.

Lo spunto autobiografico fa pensare che Giovanni Boccaccio, ormai avanti negli anni, voglia prendere le distanze dagli appetiti sessuali propri della gioventù.

Le opere latine

Boccaccio scrive anche alcune opere in latino:

  • Le Genealogie deorum gentilium, scritto intorno al 1360 – quindici libri dedicati alla mitologia classica.
  • Il De casibus virorum illustrium, realizzato tra il 1355-1370 – nove libri in cui racconta le storie esemplari di personaggi famosi caduti nella sventura a causa dei loro vizi.
  • Il De mulieribus claris, scritto all’inizio degli anni 60 – presenta 104 biografie di donne celebri, da Eva alle contemporanee, con lo scopo di esaltare le virtù femminili.

Il Decameron, la più importante opera del Boccaccio

Il Decameron è la più importante delle opere di Giovanni Boccaccio. È una raccolta di cento novelle inquadrate in una cornice narrativa, narrate da dieci giovani fiorentini. L’opera viene scritta nel periodo terribile della peste a Firenze, tra il 1348 e il 1353. L’autore continua poi un lavoro di revisione fino al 1370 circa, epoca a cui risale la stesura definitiva autografa.

Il titolo deriva dalla lingua greca e significa Dieci giornate e si riferisce alla struttura narrativa del testo. Il Decameron racconta che durante la peste del 1348, a Firenze, un’«onesta brigata» composta da sette ragazze e tre ragazzi decide di scappare dalla città e si rifugia in una villa presso Fiesole per sfuggire al contagio. Tra gli altri passatempi, i giovani raccontano per dieci giorni una novella a testa. Ogni giorno uno di loro stabilisce il tema delle novelle che verranno narrate; solo nella prima e ultima giornata il tema è libero.

Offerta
Non potevo che consigliarlo
La raccolta delle cento novelle che tutti dovremmo conoscere per l'immortalità dello scritto e la bellezza della narrazione. Un libro sempre moderno e imperdibile

Narratori e temi delle giornate

  • Pampinea: tema libero;
  • Filomena: storie in cui dopo varie peripezie si giunge ad un lieto fine;
  • Neifile: storie in cui una cosa tanto desiderata viene acquistata o recuperata;
  • Filostrato: storie d’amore finite male;
  • Fiammetta: storie di amanti che, superati una serie di ostacoli, si ricongiungono;
  • Elissa: storie di persone che con una buona risposta sono sfuggite ad un pericolo;
  • Dioneo: storie di donne che beffano mariti e amanti, a loro insaputa;
  • Lauretta: storie di beffe reciproche tra uomo e donna;
  • Emilia: tema libero;
  • Panfilo: tema libero sull’amore o altro.

La struttura a cornice

Giovanni Boccaccio introduce la sua opera presentando la situazione di Firenze. Quindi presenta il racconto cornice: dieci giovani decidono di fuggire dalla città per evitare il contagio.

I protagonisti dell’opera di Boccaccio, tramite la parola e il racconto, ricreano artisticamente un mondo sereno e positivo da contrapporre a quello in cui vivono, devastato dalla pestilenza, che incombe sulla città e su tutto il mondo in quegli anni

Il novellare di Giovanni Boccaccio

Nella sua opera Boccaccio crea una struttura coerente sia da un punto di vista formale che contenutistico. Tra la prima e l’ultima novella, che rappresentano una il male e l’altra il bene, è ritratta una variopinta umanità che si colloca tra le due polarità. Il male è rappresentato dalla figura di Ser Ciappelletto nella prima novella della prima giornata, il bene è rappresentato da Griselda, nell’ultima novella dell’ultima giornata. In questo modo Boccaccio realizza un percorso ascensionale, dal male al bene.

Nelle novelle Boccaccio percorre diversi temi e presenta uno spaccato della varia umanità del Basso ponendo particolare attenzione alla borghesia, la classe sociale a cui anche lui appartiene. Nell’opera il Certaldese alterna vari toni, diversi temi e variopinti personaggi.

I temi affrontati sono:

  • la fortuna
  • l’intelligenza
  • l’amore
  • la comicità

Fortuna

La fortuna è intesa come sorte capricciosa, perché è lei che determina il successo o il fallimento di ogni iniziativa; all’uomo non rimane che prenderne atto e mettere a frutto tutte le sue risorse cercando così di raggiungere gli obiettivi che si pone. Nelle novelle emerge chiaro il pensiero che abbandonarsi irrazionalmente alle proprie passioni porta effetti negativi.

Intelligenza

Intelligenza, audacia e spirito di iniziativa sono le virtù a cui l’uomo deve affidarsi per poter interagire positivamente con la sorte. Anche se la fortuna rimane comunque arbitra ultima di ogni esito, arguzia impegno e coraggio aiutano a risolvere anche la malasorte. Si precisa che Boccaccio non cerca mai di proporre modelli di azione, ma si limita solo ad osservare, a catalogare le molteplici e contraddittorie sfaccettature delle vicende umane.

Amore

L’uomo per sua natura aspira alla felicità; tale felicità spesso si identifica con il possesso della persona amata. La sorte talvolta è favorevole e altre volte è contraria. L’amore accende sempre lo spirito di iniziativa, sia nell’uomo che nella donna. Anche se non sempre tali iniziative hanno esiti fortunati, l’intraprendenza è dote necessaria all’uomo per risolvere qualsiasi situazione.

Il tema della sessualità è spesso presente. L’autore però sottolinea come la sessualità sia solo uno degli aspetti della passione amorosa, il più basso e il più rozzo. Anche Boccaccio come gli stilnovisti, mostra che l’amore è una forza che conduce l’uomo a raffinarsi e a innalzarsi moralmente al di sopra di sé stesso.

La comicità

Per Boccaccio la comicità e la risata, sono ingredienti indispensabili ad una vita felice, importanti quanto l’amore. Le giornate sesta, settima e ottava offrono una serie di novelle, che mostrano le infinite sfaccettature del comico. La comicità assume spesso i tratti della beffa che viene ordita a volte per ottenere un vantaggio concreto, altre solo per mettere alla prova l’ingegno del beffatore di fronte all’ingenuità del beffato.

La società del Decameron

Col Decameron, Giovanni Boccaccio mette in scena la società del tempo in tutte le sue contraddittorie componenti economiche e sociali. Con grande sagacia ci mostra pregi e difetti dei vari ceti che popolano la sua epoca. Egli sembra anche proporre un nuovo modello di civiltà, che si ponga in armonico equilibrio fra lo spirito pratico e scaltro della borghesia e quello liberale e magnanimo della nobiltà.

Nelle sue novelle non risparmia neppure il clero, del quale presenta abitudini e pratiche che si discostano dagli ideali spirituali a cui, per vocazione, sarebbe chiamato.

Pensiero e poetica di Boccaccio

Giovanni Boccaccio è un uomo di mondo, perfettamente integrato nella società del suo tempo; le alterne vicende della sua vita lo hanno portato a sentirsi a proprio agio sia nel mondo commerciale e finanziario, a cui lo aveva introdotto il padre, che tra i nobili e gli intellettuali delle corti, ambiente che aveva sperimentato a Napoli. Oltre che dall’ambiente in cui vive, l’opera di Boccaccio subisce l’influenza degli altri due grandi letterati del Trecento: Dante e Petrarca. Infatti il Certaldese ama il capolavoro di dantesco, tanto che sarà il primo commentatore dell’opera, ed è amico fraterno di Petrarca, con il quale manterrà una relazione per diversi anni. Dante, Petrarca e Boccaccio costituiscono i pilastri della letteratura italiana.

Lo scopo della vita di Giovanni Boccaccio è la pratica letteraria: per lui la poesia e la scrittura in genere hanno un valore molto profondo. Infatti i testi letterari non sono preziosi solo da un punto di vista estetico, ma hanno anche un grande valore consolatorio ed educativo. Quando nelle sue opere vediamo un gruppo di giovani riuniti in un giardino a dialogare, a novellare, a trascorrere il tempo in armonia per riuscire meglio ad affrontare le difficoltà della vita, scopriamo il potere della letteratura, dell’arte e della relazione umana. E se questo è importante in tutta la vita del Boccaccio, lo diventa ancora di più negli ultimi anni della sua vita quando la letteratura diventa per lui una forma di conoscenza elevata e quasi sacra, tanto da equipararla alla teologia.

Anche se molte novelle sono caratterizzate da contenuti leggeri e stile scanzonato, la sua scrittura non è mai fine a sé stessa, ma si pone diversi scopi e veicola sempre molteplici significati. Anche nelle opere d’esordio Boccaccio si propone di intrattenere i suoi lettori, offrendo loro insegnamenti ricchi di verità filosofiche e morali, anche se tali messaggi sono abilmente nascosti sotto una scrittura leggera e brillante. Talvolta poi le sue narrazioni diventano rozze, o addirittura scurrili, tanto che, ad una lettura superficiale può sembrare che egli cerchi solo di intrattenere divertendo. Ma un’attenta analisi è in grado di decodificare i messaggi profondi che sono sempre abilmente celati sotto la superficie del testo.

Giovanni Boccaccio osserva la realtà con curiosità analitica: egli osserva i comportamenti umani con atteggiamento realistico, senza mai fermarsi alle apparenze, alla superficie delle cose per andare a ricercare il significato profondo della realtà.

La sua osservazione passa attraverso diversi generi letterari che egli contribuì a rinnovare come il romanzo, il poema epico, la satira, il genere pastorale e soprattutto la novellistica.

0 Condivisioni