Frasi della violenza economica

Le frasi della violenza economica illustrano bene quali aspetti  può assumere questa forma di  violenza domestica, che è sicuramente la più subdola ed ancora poco indagata.

Sono frasi riprese dalle donne stesse, quando si rivolgono alle associazioni o mentre cercano informazioni su ciò che si trovano a vivere.

I dati relativi a questa forma di violenza domestica vengono riportati soprattutto dalle associazioni antiviolenza e dall’attività svolta dalle operatrici del 1522, il numero antiviolenza nonché sito (www.1522.it) della Presidenza del Consiglio dei Ministri, Dipartimento delle Pari Opportunità, che svolge un eccellente lavoro.

La difficoltà di inquadrare ciò che accade come violenza economica nasce da un atteggiamento culturale molto diffuso, che riserva la gestione economica ai maschi.

Così spesso si riscontrano comportamenti che, se non sono eclatanti, possono apparire quasi normali.

Recita così la Convenzione di Istanbul: <<l’espressione “violenza domestica” designa tutti gli atti di violenza fisica, sessuale, psicologica o economica che si verificano all’interno della famiglia o del nucleo familiare o tra attuali o precedenti coniugi o partner>>.

Mio marito mi rinfaccia che mi mantiene

La prima frase che viene spesso ripetuta, forse la più frequente, è questa: “mio marito mi rinfaccia che mi mantiene“.

Nella violenza economica le donne sono portate, generalmente con la persuasione e con il richiamo a valori patriarcali, a dedicarsi esclusivamente alla cura della famiglia, della casa e dei figli, per affidare la gestione patrimoniale ed economica al capofamiglia, il quale può comunicare e condividere quello fa, oppure no.

Nei casi di violenza economica non lo fa di certo, anzi, tiene ben saldo il potere in mano e la moglie all’oscuro, magari manipolandola per i propri scopi e facendo insorgere sensi di colpa per lo scarso contributo dato alla famiglia.

Sui casi di violenza economica molto potrebbero raccontare anche i Tribunali Ecclesiastici deputati a sentenziare sulle richieste di nullità del vincolo matrimoniale.

Spesso infatti gli avvocati rotali consigliano di intraprendere un percorso di questo tipo perché mentre con il divorzio permane un sottile vincolo di solidarietà fra gli ex coniugi, con la nullità il vincolo viene sciolto e non può operare in alcun modo.

E sciogliere definitivamente un legame con chi ha ingannato e sfruttato il coniuge può essere una priorità.

Se vi state chiedendo come la Sacra Rota può intervenire in questi casi, è bene chiarire che le cause da cui può discendere la nullità non riguardano soltanto “l’impotentia coeundi” e “l’impotentia generandi”, ma anche l’errore sulle qualità di una persona.

I magistrati rotali potrebbero raccontare molto su matrimoni diventati una fabbrica di inganni con obiettivo  l’appropriazione e l’utilizzo del patrimonio della moglie.

Come ci si sente ad essere una moglie ingannata e sfruttata?

Molto male, e molto stupide. Tradite nella cosa più importante, l’amore ed il rispetto. Tradite nell’obiettivo che si credeva comune, la costruzione di una famiglia basata sull’amore.

Le donne vittime di violenza economica sono spesso travolte da tracolli finanziari, essendo state spesso usate dal coniuge per emettere assegni, avere a proprio nome attività economiche di cui però non si controlla alcunché, fare investimenti di cui si è poi – in caso di perdite – l’unico capro espiatorio.

Il percorso prevede anche assegni e/o cambiali protestati, istanze di fallimento e tutto ciò che può contribuire a marginalizzare una persona in ambito economico e finanziario.

Tutto ciò è ben conosciuto dai professionisti che nei Tribunali civili o religiosi si occupano di cause di separazione, divorzio o nullità.

Dai pochi dati cui è possibile accedere, sappiamo che il fenomeno è trasversale: per essere vittime di violenza economica non è necessario essere possidenti.

Il fenomeno è indipendente da fasce di reddito e ceti sociali di appartenenza.

L’età delle vittime va dai 40 ai 60 anni.

L’aspetto economico è sicuramente un campo in cui intervenire pedagogicamente, con robusti insegnamenti alle bambine:

  • mai essere mantenute da un uomo ma avere un lavoro ed un reddito proprio;
  • anche se ci si sposa, mantenere il proprio lavoro e magari potenziarlo;
  • non rinunciare mai al proprio conto corrente postale o bancario;
  • non affidare strumenti come carnet di assegni o carte di credito a nessuno;
  • imparare a gestire, conservare ed aumentare il proprio patrimonio;
  • aprire, in caso di convivenza o matrimonio, un conto comune senza cointestare il proprio conto all’amato bene.

E soprattutto far capire che l’aspetto economico è un ambito in cui più facilmente si manifesta la brama di potere, il desiderio di asservimento, ma non è corretto vederlo sganciato dai sentimenti.

Non si può pensare: mi ama ma mi ha chiesto assegni in bianco. Quando si ama qualcuno non gli si chiedono assegni in bianco e non lo si mette in pericolo in nessun modo.

Per sentirsi dire una frase come “mio marito mi rinfaccia che mi mantiene” o non si lavorava al momento del matrimonio, o si lavorava e si è state indotte a rinunciare, magari alla nascita del primo figlio.

Può succedere quando ci sposa molto giovani, oppure quando ci si trasferisce in un’altra città per stare con “lui”.

All’inizio magari non si mette a fuoco il modo di concepire la vita di coppia, magari si danno per scontate alcune cose o si interpreta male.

Così ci si può ritrovare un giorno a dire “mio marito mi rinfaccia che mi mantiene”!

Il consiglio quindi è: chiarire bene cosa ci si aspetta dalla vita di coppia e chi fa che cosa.

La divisione dei compiti anche sotto l’aspetto economico dovrebbe essere approfondita da subito  e oggetto di confronto non appena qualcosa cambia.

Purtroppo ci sono anche i casi in cui il marito prima esorta la moglie a lasciare il lavoro perché “costruire la famiglia è il loro progetto”, poi però  subdolamente esercita il suo potere di capofamiglia che “porta a casa i soldi” e la mette in posizione di subalternità e disagio, perché non contribuisce al bilancio familiare.

Ci sono storie esemplari che si somigliano un po’ tutte e parlano di unioni fra donne giovanissime, ancora studentesse universitarie, e uomini più grandi, e che verranno convinte a non stancarsi troppo con gli studi o la ricerca di un lavoro, di una realizzazione.

Se hanno un piccolo patrimonio da amministrare o sono eredi di proprietà vengono convinte che occuparsene è roba da uomini, che hanno già tanto da fare,  che determinati pesi devono portarli gli uomini.

E non appena qualcosa va storto, quelle stesse donne che andavano tutelate e protette diventano le colpevoli, le incapaci, quelle che non sanno fare niente, quelle che sanno fare solo le mantenute.

Probabilmente questi uomini appartengono a categorie ben conosciute da psicologi e psichiatri, ma la sofferenza che procurano fa andare fuori di testa le donne.

In questi casi violenza economica e violenza psicologica convergono, l’uomo non perde occasione per sminuire e demoralizzare la donna, svalutando tutto ciò che è e che fa.

Non lavoro e mio marito non mi lascia i soldi

Anche questa desolante frase viene riferita più spesso di quanto vorremmo.

“Non lavoro e mio marito non mi lascia i soldi”.

Nella Convenzione  approvata nel 2011 dal Consiglio Europeo per contrastare la  violenza di genere, la violenza economica si riferisce “ad atti di controllo e monitoraggio del comportamento di una donna in termini di uso e distribuzione del denaro, con la costante minaccia di negare risorse economiche, ovvero attraverso un’esposizione debitoria, o ancora impedendole di avere un lavoro ed un’entrata finanziaria personale e di utilizzare le proprie risorse secondo la sua volontà”.

Non avere la disponibilità delle risorse finanziarie familiari si configura come violenza economica.

Spesso la donna non solo non può gestire i quattrini, è anche all’oscuro della reale situazione economica familiare: non sa nemmeno quale sia la consistenza delle entrate e delle uscite.

È l’uomo che gestisce tutto e trasforma gli obblighi di mantenimento in elargizioni pecuniarie concesse con magnanimità anche se in misura insufficiente, e fatte pesare come concessione.

Riportano le associazioni antiviolenza che nei casi di violenza economica è l’uomo che si occupa di tutti gli acquisti in prima persona, senza permettere alla donna di provvedere neppure alla spesa alimentare ed a volte negandole anche il sostentamento per la famiglia e le esigenze di casa e salute.

Molte donne nel richiedere i servizi delle associazioni esordiscono proprio così: “non lavoro e mio marito non mi lascia i soldi”, non sapendo che si tratta di una forma di violenza domestica, quindi di un reato.

Viene da chiedersi perché mai ci siano donne che si lasciano maltrattare così, e che solo in casi estremi arrivano a separarsi e denunciare.

Sicuramente il lavoro che manca, soprattutto in una situazione inasprita e resa assai incerta dalla pandemia, in cui sappiamo che la situazione lavorativa femminile è diventata ancora più incerta, favorisce la violenza economica.

Oltre a isolare ancora di più la donna, rende molto più difficile la risalita verso l’emancipazione.

Ma c’è un cuore culturale alla base dell’accettazione femminile verso i comportamenti violenti degli uomini.

Qualche tempo fa un’indagine del Museo del Risparmio (riportata dal Sole 24 Ore) riferiva che il 14% delle donne non è titolare di un conto bancario.

Le donne conoscono poco i concetti di base dell’economia, si occupano meno frequentemente di gestione finanziaria e di investimenti, anche perché guadagnano meno degli uomini.

Questo restare un passo indietro quando si parla di soldi pesa come un macigno nel percorso femminile.

Un Rapporto della Consob sulle scelte di investimento delle famiglie italiane rileva che solo il 26% delle donne decide autonomamente, mentre il 79% decide con il partner; dato ancora più interessante è la rilevazione Consob sulle competenze femminili in ambito finanziario, che non sono inferiori a quelle maschili: quello che manca è la fiducia in se stesse.

Guadagno più di mio marito ed è diventato un problema

La terza frase è meno frequente, anche perché come abbiamo visto le donne vengono pagate meno degli uomini. Ma quando si verifica causa molta sofferenza.

Guadagno più di mio marito ed è diventato un problema“.

Se guadagnare bene pone in una posizione di maggior sicurezza una donna, guadagnare meglio del partner espone all’infelicità coniugale ed aumenta del 50% le probabilità di separazione.

Lo dice uno studio di qualche anno fa della Booth school of Business dell’Università di Boston in collaborazione con l’Università di Singapore.

Come abbiamo già visto, la cultura patriarcale con le sue storture e sopraffazioni è trasversale e rintracciabile su tutto il globo.

Gli uomini si sentono sminuiti se la loro compagna guadagna di più.

Così se grazie ad un avanzamento di carriera lei inizia a guadagnare più di lui, nella relazione si verifica uno squilibrio che fa dire alle donne “guadagno più di mio marito ed è diventato un problema”.

Ciò che accade somiglia molto alla crisi maschile davanti alla perdita del lavoro: ne risente l’orgoglio, ne risente la propria identità, si smarrisce la percezione del proprio valore.

In realtà in casi critici come questi emerge chiaramente il paradigma culturale su cui poggia la nostra società, che vede l’uomo in una posizione di supremazia che deve mantenere a tutti i costi.

Certo, ci sono anche le donne che non perdono occasione per far pesare la propria supremazia.

Perché una relazione in cui lei guadagna di più sia solida è indispensabile grande intelligenza di entrambi e sicurezza di sé da parte di lui.

In generale però questo può essere un problema.

Come reagisce la donna in una relazione che presenta questa problematica?

Spesso si confida, cercando una soluzione, un modo per modificare la situazione di disagio.

Spesso il modo che trova è puntare a valorizzare molto il compagno, per farlo sentire soddisfatto, affidandogli ruoli e compiti che possano gratificarlo.

Se è un’imprenditrice, potrebbe costruire una mansione cucita su misura delle sue competenze e capacità.

In generale comunque l’uomo vive con forte stress e sensazione di depauperamento della sua identità un avanzamento di carriera della compagna che la porta a superarlo nei guadagni.

Lo stress però riguarda il cambiamento: se infatti l’unione fin dall’inizio  vede la donna in posizione di supremazia economica, il problema non sussiste.

Non vengono rilevati casi di violenza economica delle donne nei confronti degli uomini, probabilmente perché l’uomo tende a non sopportare e a liberarsi abbastanza velocemente di una siffatta situazione.

Infatti viene riportata in cronaca e letteratura la tendenza femminile ad “evirare” psicologicamente e figurativamente il compagno “inferiore”.

Come?

Sminuendolo costantemente, sia di fronte ad altre persone che quando si è da soli.

Rimproverandolo continuamente e sottolineando presunte mancanze di capacità.

Riporto un aneddoto vissuto come confidente di un marito vessato.

Lui, dirigente di una società nazionale, incontra lei, insegnante.

Si fidanzano e dopo alterne vicende si sposano. Poiché lei non vuole lasciare il suo ambiente è costretto a farlo lui, che però deve lasciare anche il suo lavoro.

Lei vorrebbe che lui mettesse su un’attività in proprio, lui non è tagliato per questo ruolo.

Lei comincia a rampognarlo su tutto, sulle sue incapacità, sulla sua insufficienza economica, sul non trovare un ruolo lavorativo.

Infine, crollano sull’ennesimo rimprovero di lei: il mancato pagamento di una bolletta.

Lui d’impeto accetta di diventare steward su una compagnia aerea inglese e parte per Londra, contribuendo da lì al reddito familiare.

Tempo sei mesi e sono separati.

Oggi lui è felicemente risposato con una ex collega di lavoro conosciuta in aeroporto, ha una figlia ed è sereno.

La morale è che tutti, uomini e donne, se non si irrobustiscono culturalmente e spiritualmente, se non si dedicano ad essere la migliore versione di se stessi, possono con molta facilità diventare delle carogne e creare molta infelicità nella coppia.

Conclusioni

Dato che le donne generalmente guadagnano di meno e sono disponibili a lavorare non per esigenze di realizzazione personale ma per arrotondare e contribuire al bilancio familiare, in genere sono le vittime di violenza economica e domestica.

La pandemia ha inasprito molto i vissuti infelici e pericolosi di tante donne vittime di violenza domestica, che sono spesso – quasi sempre – impossibilitate ad andarsene e ricominciare da capo anche dalla mancanza di un reddito proprio.

Per queste donne si è aperto uno spiraglio grazie agli interventi normativi regionali (Lazio e Sardegna) in cui le donne vittime di violenza vengono aiutate con contributi economici (reddito di libertà) e con sostegni formativi a ricostruirsi una vita indipendente.

Ma è arrivato anche l’aiuto dello Stato che ha riservato alle donne vittime di violenza uno speciale reddito di cittadinanza, con la conseguente immissione nei circuiti formativi e lavorativi.

Questa forma di supporto è molto recente e dovrà passare un po’ di tempo prima che si possano avere elementi per la valutazione sulla sua efficacia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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