Quali sono le identità di genere?

Quali sono le identità di genere? Di seguito ne faccio un elenco dettagliato, benché parziale, perché conoscerle ci consente di vedere la realtà in modo diverso, indipendentemente dai nostri pregiudizi e dai nostri preconcetti che, ci piaccia o no, fanno parte del nostro retaggio culturale.
Tuttavia, voglio insistere con forza sul fatto che questo elenco altro non è che una lista di etichette.
Come ha detto il filosofo Søren Kierkegaard: “Quando mi etichetti, mi neghi”, perché ogni volta che etichettiamo qualcuno neghiamo la sua ricchezza, la sua complessità, le mille sfaccettature che ogni essere umano ha in sé.
Gli psicologi hanno cominciato a studiare le etichette negli anni Trenta del Novecento, perché il linguista Benjamin Whorf propose l’ipotesi della relatività linguistica.
Questa teoria affermava che le parole che usiamo per descrivere quello che vediamo non sono semplici etichette, ma finiscono per determinare ciò che vediamo.
La psicologa Jennifer Delgado Suárez approfondisce la questione e racconta che la psicologa cognitiva Lera Boroditsky ha dimostrato la relatività linguistica con un esperimento.
Ha chiesto a un gruppo di persone madrelingua inglese o russa di distinguere tra due tonalità di blu molto simili ma diverse.
In inglese c’è solo una parola che indica il blu, mentre i russi dividono il blu in un colore più leggero (goluboy) e in un altro più scuro (siniy).
I russi distinguevano la differenza tra i due toni più velocemente, mentre per gli inglesi era più difficile.
La conclusione dell’esperimento è la seguente: le etichette non modellano solo la nostra percezione del colore, ma cambiano anche il modo in cui percepiamo le situazioni più complesse.
Uno studio classico condotto alla Princeton University ha mostrato l’enorme impatto delle etichette.
Gli studiosi hanno fatto vedere un video a un gruppo di persone in cui una bambina giocava in un quartiere a basso reddito e ad un altro gruppo hanno mostrato la stessa bambina, che giocava nello stesso modo, ma in un quartiere di classe medio-alta.
Nel video venivano anche poste delle domande alla bambina, ad alcune rispondeva bene, ad altre no.
Quando la bambina era etichettata come “di classe media”, le persone credevano che la sua performance cognitiva fosse migliore, quando era etichettata “di classe bassa”, le persone credevano che la sua performance cognitiva fosse peggiore.
Questo ci rivela che una semplice etichetta attiva una serie di pregiudizi o idee preconcette che determinano la nostra immagine delle persone o della realtà.
Di esempi sulla teoria dell’etichettamento ne possiamo fare moltissimi: se gli insegnanti credono che un bambino abbia meno capacità intellettive – anche se non è vero – lo tratteranno come tale e il bambino finirà per ottenere dei voti peggiori, non perché gli mancano le abilità necessarie ma semplicemente perché ha ricevuto meno attenzione in classe.
È una profezia che si autoavvera: quando crediamo che qualcosa sia reale, lo rendiamo reale con i nostri atteggiamenti e i nostri comportamenti.

Nessuno è immune all’influenza delle etichette.

La teoria dell’etichettamento ci dice che la nostra identità e i nostri comportamenti sono determinati o influenzati dalle parole che noi o altri utilizziamo per descriverci.
Detto questo, scopriamo quali sono le identità di genere.

Eterosessualità

La definizione di eterossessualità è: “tendenza erotica verso il sesso opposto”.
L’eterosessualità è un orientamento sessuale nel quale l’attrazione emozionale, romantica e sessuale è rivolta verso individui di sesso opposto.
Etero deriva dal greco ετερό, che significa “differente-altro” – come per le parole “eterozigote” o “eterogeneo”, rispettivamente “un individuo nel quale una o più caratteristiche sono determinate da due alleli differenti” e “di diversa natura, qualità” -, mentre sessualità deriva dal latino sexus.
Il termine “eterosessuale” è stato usato per la prima volta nel 1868 in opposizione al termine “omosessuale”, entrambi coniati dal letterato ungherese di lingua tedesca Karl-Maria Kertbeny (1824-1882) e venne pubblicato per la prima volta nel 1869.
Nel 1923 il termine “eterosessuale” è stato inserito nel Nuovo Dizionario Internazionale della Merriam-Webster, come termine medico che indicava la “passione sessuale morbosa per una persona del sesso opposto”. Nel 1934, nella Seconda Edizione Completa, la definizione cambiò in “manifestazione di passione sessuale per una persona del sesso opposto; sessualità normale”.
A partire dalla seconda metà del Novecento il sessuologo americano Alfred Kinsey ha introdotto il concetto di scala Kinsey per manifestare la sua disapprovazione a proposito dell’uso dei colleghi di termini rigidi sull’orientamento sessuale.
La scala Kinsey è un sistema di classificazione degli orientamenti sessuali nell’essere umano e ha rappresentato uno dei primi tentativi di introdurre il concetto di una sessualità umana le cui sfaccettature siano rappresentate secondo un criterio di gradualità anche nello stesso individuo, a seconda delle circostanze ambientali e culturali e legate all’età.
La scala è formata da sette livelli che vanno da 0, che indica una tendenza esclusivamente eterosessuale a 6, che indica invece una propensione esclusivamente omosessuale, mentre nel centro, al numero 3, si collocano gli individui nei quali le tendenze etero e omosessuali si equivalgono, i cosiddetti bisessuali; in mezzo ai tre nuclei ci sono le relative “sfumature”:
Il mondo non è diviso in pecore e capre. Non tutte le cose sono bianche o nere. È fondamentale nella tassonomia che la natura raramente ha a che fare con categorie discrete. Soltanto la mente umana inventa categorie e cerca di forzare i fatti in gabbie distinte. Il mondo vivente è un continuum in ogni suo aspetto. Prima apprenderemo questo a proposito del comportamento sessuale umano, prima arriveremo ad una profonda comprensione delle realtà del sesso
(Alfred Kinsey, Il comportamento sessuale dell’uomo, 1948)

Cisgender

Il termine cisgender, o cisessuale, è entrato in uso a partire dagli anni ’90 del 900.
Con cisgender si indica una persona che si riconosce nel sesso con il quale è nato, cioè la sua sessualità coincide con la sua identità di genere.
Quindi, se una persona è nata con i genitali maschili e si riconosce come maschio, è un uomo cisgender; se una persona è nata con i genitali femminili e si riconosce come femmina è una donna cisgender.
La definizione aggiornata del Dizionario Inglese di Oxford definisce un/una cisgender o cisessuale come una persona a proprio agio con il suo sesso di nascita.
Il cisgenerismo o cisgenderismo è quindi la classe di identità di genere in cui l’identità di genere dell’individuo concorda con il comportamento o ruolo considerato appropriato per il proprio sesso.
La concordanza avviene sia sul piano biologico, quindi riguardo ai caratteri sessuali, sul piano dell’identità personale, ovvero come l’individuo “si sente” di essere, sia sul piano sociale, cioè come gli altri la considerano, a partire dalle caratteristiche biologiche di nascita.
Il termine cisgender deriva dal prefisso latino cis o citra – al di qua -, che è opposto al prefisso trans – al di là -.
Molto spesso il termine cisgender viene utilizzato in senso opposto a transgender, che indica gli individui la cui identità di genere non corrisponde al loro genere e/o sesso biologici.
L’uso di cisgender è relativamente nuovo, come ho detto è entrato in uso nell’ultimo decennio del Novecento. Il termine è stato coniato perché, con l’evolversi degli studi di genere e dell’analisi del concetto di transessualità, gli studiosi hanno deciso che i termini usati fino ad allora erano offensivi.
Infatti, per indicare una persona perfettamente a proprio agio col suo corpo, il suo sesso biologico e la sua identità percepita interiormente ed esternamente si usavano termini come “normale” o “naturale”, che suscitavano un’idea di devianza nei confronti delle altre identità di genere.
Con l’introduzione del termine cisgender o cisessuale si è fatto un grande passo avanti riguardo all’uso consapevole delle parole: il termine cisgender, infatti, identifica quelle stesse persone senza che offendano gli individui che invece si identificano come transgender.

Pansessuale

Con il termine pansessuale si intende una sessualità che si contraddistingue per l’attrazione verso un individuo indipendentemente dal sesso di appartenenza.
Per la persona pansessuale il genere non conta, non ha nessuna importanza quando si attiva il complicato meccanismo di attrazione verso un altro individuo.
Quindi il pansessuale può sentirsi attratto sia da persone che si riconoscono sotto l’etichetta di uomo o di donna, sia da tutte quelle persone che invece non si riconoscono in questo binarismo sessuale e che non si identificano in un genere specifico.
Il pansessuale, anche detto panromantico, prova interesse per una persona senza tenere in nessuna considerazione il genere.
Il termine è formato dal greco Πάν, che significa “tutto”.
Questa sua derivazione spesso trae in inganno: pansessuale, infatti, non significa che si è attratti da ogni persona esistente sulla terra, o da tutte le cose che esistono in natura, ma semplicemente che si prova attrazione per individui di ogni genere e di ogni tipologia.
Chi si identifica come pansessuale va al di là della considerazione del sesso biologico del partner, ovvero non tiene conto dei caratteri sessuali, come ad esempio i genitali, che non sono la fonte principale di attrazione. Anche l’identità di genere non viene considerata.
Una persona pansessuale, semplicemente, trova nel termine bisessualità un qualcosa di restrittivo e l’attrazione romantica è dettata più dal modo di essere dell’altro invece che dal sesso o dall’identità di genere di quest’ultimo.
Inoltre, un individuo pansessuale può vivere una relazione monogama per lungo tempo (anche per tutta la vita) con una persona di genere binario o non binario.
Ecco perché la pansessualità è la forma di sessualità più libera, perché priva di ogni condizionamento o convenzione sociale.
Il termine pansessuale appare per la prima volta in Italia nel 1977, all’interno del testo “Elementi di critica omosessuale” di Mario Mieli.
Piccole curiosità: sapevate che ci sono protagonisti pansessuali nella serie tv Doctor Who? Che se ne parla anche in Sex and the City, dove la pansessualità viene considerata come la sessualità del nuovo millennio? Non mancano esempi anche nei fumetti: l’antieroe della Marvel Deadpool è pansessuale.
Anche nel mondo dello spettacolo – tv, cinema, musica – ci sono diversi personaggi pansessuali. Ecco quelli che hanno fatto coming out, rivelando la propria pansessualità:
• Sarah Paulson, attrice;
• Jazz Jannings, attivista LGBTQ e personaggio televisivo;
• Janelle Monáe, cantautrice, produttrice e modella;
• Brendon Urie, il leader del gruppo musicale Panic! at the Disco;
• Miley Cirus, la nota cantante;

Polisessuale

L’individuo polisessuale è attratto da più generi, ma non tutti.
Spesso polisessualità, pansessualità e poliamorosità vengono confuse, ma sono tre tipi di sessualità diversa.
Delle persone pansessuali abbiamo già detto.
Le persone polisessuali si collocano nel campo dell’attrazione sessuale tra le persone bisessuali (attratti da due o più generi) e le persone pansessuali.
Possono quindi provare attrazione per più generi oltre quello maschile e quello femminile, ma non tutti.
La polisessualità si riferisce a coloro che sono attratti da più di un sesso ma non vogliono identificarsi come bisessuali, perché questa identificazione implicherebbe l’esistenza di soli due generi sessuali.
Proprio a questo proposito, la cantante Gianna Nannini, in un’intervista rilasciata a Claudio Sabelli Fioretti, ha detto:
Non mi piace definirmi bisessuale, […] mi sento polisessuale»
Nella polisessualità il genere acquista un’importanza secondaria, ma le caratteristiche fisiche sono fondamentali per determinarne l’interesse.
Polisessualità e poliamore non sono la stessa cosa.
Si parla di poliamore quando c’è una relazione non monogama, ovvero quando si stringe un rapporto intimo di natura sia sentimentale, sessuale o entrambe con più partner, indipendentemente dal sesso. Questo esula dall’infedeltà perché esiste il consenso da parte di tutte le persone coinvolte nel rapporto poliamoroso.
La non monogamia consensuale può avere tantissime forme differenti, che dipendono dai bisogni e dalle preferenze di tutte le persone coinvolte in una qualsiasi di queste relazioni.
I tipi di relazioni poliamorose comprendono:
  • polifedeltà, in cui le relazioni sentimentali e sessuali sono ristrette a un particolare gruppo di partner.
  • poliamore gerarchico, in cui sono presenti tipi di relazioni diverse, quelle primarie e quelle secondarie. Esempi sono il matrimonio aperto e la coppia aperta.
  • poligamia, in cui una persona sposa più coniugi (che possono eventualmente avere a loro volta altre relazioni poliamorose).
  • relazione di gruppo, il matrimonio di gruppo o la triade, in cui tutti i membri di un gruppo si considerano ugualmente legati gli uni agli altri.
  • reti di relazioni in cui una particolare persona può avere relazioni di vari gradi di importanza con diverse persone, tutte d’accordo.
  • relazioni in cui un partner è monogamo, ma accetta che l’altro abbia altre relazioni.
Alcune persone, pur intrattenendo una relazione sessuale strettamente monogama, possono autodefinirsi poliamorose qualora si sentano emotivamente legate a più persone (amore platonico).
Accanto a queste definizioni, se ne trovano anche alcune altre, come per esempio il poliamore:
  • da tavola: in questo tipo di relazione tutti i membri coinvolti sono a proprio agio gli uni con gli altri. Chi pratica questo tipo di relazione può decidere di vivere vacanze, compleanni o altri avvenimenti importanti insieme, spesso con dinamiche simili a quelle di una famiglia allargata. In questo tipo di relazione, ciascun membro non deve necessariamente essere romanticamente o sessualmente coinvolto con ogni altro membro.
  • parallelo: in questo tipo di relazione, i membri di una relazione individuale preferiscono non essere coinvolti nelle altre relazioni del proprio partner. In questa variante, i rispettivi partner spesso non si incontrano né si conoscono mai.
  • solitario: in questo tipo di relazione l’individuo è a suo agio con l’avere multiple relazioni intime romantiche o sessuali senza voler convivere o dare particolare risalto a uno specifico partner. Chi pratica questo tipo di relazione, spesso rifiuta l’idea che una relazione debba seguire una sorta di “progressione” dal frequentarsi, al legame esclusivo, per poi approdare a fidanzamento, convivenza, matrimonio e figli.
Pochi paesi consentono matrimoni di stato fra tre o più partner.
Tra i paesi che fanno eccezione ci sono i Paesi Bassi, che permettono unioni civili tra più persone, e che hanno celebrato la prima unione nazionale fra tre partner nel settembre 2005.

Transgender

Il termine transgenere o transgender indica le persone la cui identità di genere non corrisponde al genere e/o al sesso che è stato assegnato loro alla nascita.
Le persone transgender hanno un atteggiamento sociale e sessuale che lega caratteristiche del genere maschile e di quello femminile, senza identificarsi completamente in nessuno dei due: un esempio sono le persone non binarie.
I transgender possono anche identificarsi in modo transitorio o persistente con un genere diverso da quello assegnato, come le persone:
Gender fluid. Le persone non binarie (non si riconoscono e non riconoscono la costruzione binaria del genere, cioè l’idea che esistano solo due generi, uomo e donna) possono identificarsi in due o più generi (bigender o trigender), possono non avere genere (agender, genderfree), oppure spostarsi tra i generi o avere un’identità di genere fluttuante (genderfluid).
L’identità di genere è distinta e indipendente dall’orientamento sessuale.
  • FtM. Una persona che è in transizione o che ha completato la transizione da femmina a maschio, in termini di genere, sesso o entrambi.
  • MtF. Una persona che è in transizione o che ha completato la transizione da maschio a femmina, in termini di genere, sesso o entrambi.
Le persone transgender, inoltre, sono chiamate transessuali se non accettano il loro sesso assegnato alla nascita e se si identificano in quello opposto o se hanno assunto i caratteri somatici dell’altro sesso, attraverso un intervento chirurgico.
Essere transgender non condiziona l’orientamento sessuale.
Infatti, le persone transgender possono identificarsi come eterosessuali, omosessuali, bisessuali, asessuali o possono anche rifiutarsi di etichettare il loro orientamento sessuale.
Il termine opposto di transgender è cisgender, che indica tutte le persone la cui identità di genere corrisponde al sesso e al genere assegnato alla nascita.
All’interno del termine transgender, quindi, si possono definire tutte le persone che non si identificano nel genere assegnato alla nascita.

Transessuale

Con il termine transessuale ci si riferisce a quelle persone che vivono una discordanza tra il sesso biologico e l’identità di genere, ma in questo caso pongono alla scienza medica una domanda di modificazione dei caratteri sessuali primari e secondari con la possibilità di sottoporsi alla “Riattribuzione Chirurgica del Sesso” come previsto dalla legge n.164/82.
I sentimenti e le credenze che emergono dai racconti delle persone transessuali evidenziano un vissuto discordante della propria anima femminile intrappolata in un corpo maschile, nel caso delle persone transessuali MtF; o viceversa per le persone transessuali FtM.
Un’ulteriore attenzione deve essere prestata al nome scelto dalla persona transgender o transessuale e utilizzare il pronome con cui la persona preferisce essere chiamata (ricordate la recentissima affermazione di Demi Lovato, che ha chiesto di essere chiamata “loro”?)
Se non si riesce a comprendere questa informazione è comunque più corretto utilizzare il pronome coerente con l’apparenza della persona e con la sua espressione di genere.
Comprendere il senso sottostante ai termini che scegliamo di utilizzare e riflettere sulla connotazione sociale a cui quel termine rimanda, ci permettere di muoverci in maniera adeguata e rispettosa attraverso le differenze che contraddistinguono ognuno di noi.
Il termine transessuale è stato coniato nel 1949 dal dottor David Cauldwell, ma è diventato di uso comune dopo la pubblicazione del libro The Transsexual Phenomenon (Il fenomeno transessuale) del dottor Harry Benjamin, edito nel 1966.
Il libro è diventato un testo di studio universitario, perché è il primo che tratta la transessualità come patologia psichiatrica a non essere curata psichiatricamente.
In sostanza, il testo dice che lo psichiatra non “guarisce” la persona transessuale facendola sentire a proprio agio con il suo sesso di origine, bensì avviando la persona a cui è diagnosticato il “disturbo dell’identità di genere” alle terapie endocrinologiche e/o chirurgiche per iniziare il percorso di transizione.
Tutto ciò è importante perché, tra la fine del 1800 e i primi venti anni del 1900 la persona transessuale veniva effettivamente sottoposta a tentativi di “guarigione”.
Gli psichiatri tentavano, sia attraverso la psicoterapia, sia attraverso la somministrazione di ormoni del proprio sesso genetico, di far scomparire il disturbo. Com’è ovvio, ogni tentativo del genere fu un fallimento e ciascun tentativo determinò un numero molto alto di suicidi fra le persone transessuali che subivano questi trattamenti. Soltanto intorno al 1960 si iniziò a pensare che l’unica strada per la persona transessuale si potesse ottenere adeguando il corpo alla psiche e non viceversa.
Tuttavia, dall’inquadramento del transessualismo come patologia nasce un altro problema.
Il movimento transessuale mondiale rifiuta l’inquadramento psichiatrico della propria condizione come patologia, pur essendo consapevole del fatto che questa condizione richieda l’intervento della medicina per intraprendere il percorso di transizione.
Una persona transessuale deve rivolgersi ad uno psichiatra che diagnostichi la cosiddetta “disforia di genere”. Solo dopo questa certificazione può rivolgersi all’endocrinologo per la terapia ormonale sostitutiva (estrogeni ed antiandrogeni per le trans MtF, testosterone per i trans FtM).
In seguito, o contestualmente alla terapia ormonale, la persona transessuale MtF può sottoporsi a trattamenti estetici-chirurgici (rimozione barba, mastoplastica additiva, femminilizzazione del viso, ecc.).
Di norma questi interventi vengono considerati “chirurgia estetica” e sono a carico della persona transessuale. Per i transessuali FtM, invece, non c’è bisogno di chirurgia estetica, eccetto che per l’intervento di mastectomia o falloplastica.
Una volta terminato il trattamento ormonale, secondo la legge 164/82, la persona transessuale può richiedere al Tribunale l’autorizzazione agli interventi chirurgici di conversione sessuale. Ottenuta sentenza positiva, la persona transessuale ha diritto all’intervento sui genitali a carico del Sistema Sanitario Nazionale.
Fatto anche l’intervento, la persona transessuale deve rivolgersi di nuovo al Tribunale per chiedere il cambiamento di stato anagrafico. Ottenuta la sentenza positiva, tutti i documenti d’identità vengono modificati per sesso e per nome, con l’eccezione del casellario giudiziario e dell’estratto integrale di nascita, documenti che possono essere richiesti esclusivamente dallo Stato o da Enti pubblici.
Alla fine di questo percorso, per la legge italiana, un transessuale da donna a uomo diventa uomo a tutti gli effetti, compreso il diritto di sposarsi e adottare. Lo stesso vale per la transessuale da uomo a donna.
Secondo la prima ricerca universitaria condotta in Italia sul mondo transex da Cecilia Gatto Trocchi in collaborazione col Movimento Italiano Transessuali (Mit), nel 1993 i transgender italiani erano circa 15.000, di cui il 97% aveva effettuato o era in attesa del passaggio dal sesso maschile a quello femminile.
L’Azienda Ospedaliera Universitaria Careggi – Università di Firenze in collaborazione con l’Istituto Superiore di Sanità e Fondazione The Bridge con il supporto dell’Osservatorio Nazionale sull’Identità di Genere (Onig) hanno condotto una ricerca, rivolta a tutta la popolazione italiana adulta per definire, tramite un breve questionario, il numero delle persone transgender adulte in Italia.
Stime non ufficiali indicano che il numero delle persone transgender in Italia sia intorno a 400.000.
Non sono ancora stati resi pubblici i risultati di questo studio.

Intersessuale

L’intersessualità è un termine che comprende diverse variazioni fisiche che riguardano elementi del corpo considerati “sessuati”, principalmente cromosomi, marker genetici, gonadi, ormoni, organi riproduttivi, genitali, e l’aspetto somatico del genere di una persona (le caratteristiche di sesso secondarie, come ad esempio barba e peli).
Le persone intersessuali sono nate con caratteri sessuali che non rientrano nelle tipiche nozioni binarie del corpo maschile o femminile.
Nonostante queste variazioni generalmente non minaccino la salute fisica (solo in certe circostanze ci sono correlati problemi di salute), spesso le persone con queste variazioni biologiche subiscono o hanno subito una pesante medicalizzazione per via delle implicazioni della loro condizione rispetto al genere sociale.
Secondo gli esperti, tra lo 0,05% e il 1,7% della popolazione nasce con tratti intersessuati: 30.000.000 di persone nel mondo, una stima simile al numero di persone con i capelli rossi.
Le persone intersessuali possono essere eterosessuali, omosessuali, bisessuali, pansessuali, monogame, poli-amorose, asessuali, queer o qualsiasi altro orientamento sessuale, come tutti.
Le persone intersessuali possono avere avuto dei traumi sessuali associati ai ripetuti esami o interventi medici, simili alle persone che hanno subito abusi sessuali. Mentre i traumi non influiscono sull’orientamento sessuale, le persone intersessuali possono impiegare più tempo ad avere una vita sessuale soddisfacente per via del calvario medico che hanno subito.

L’intersessualità non è un’identità di genere

Le persone intersessuali, come tutti, possono essere cisgender (ovvero a proprio agio con il genere a loro assegnato alla nascita) o transgender (avere una identità di genere diversa da quella assegnata alla nascita).
Purtroppo, però, le persone intersessuali hanno spesso subito un’attenzione morbosa verso la loro identità di genere nell’infanzia, e probabilmente anche degli interventi che ne hanno modificato la forma genitale, ostacolando il loro percorso identitario, soprattutto nel caso in cui avessero voluto cambiare la loro assegnazione di genere.

 

L’intersessualità non è una malattia

Avere cromosomi di un genere diverso rispetto agli altri componenti del corpo, avere dei genitali cosiddetti ambigui, o avere delle variazioni dei caratteri sessuali non è di per sé una malattia (una condizione anomala di un organismo, causata da alterazioni organiche o funzionali che compromettono la salute del soggetto).
Fino a tempi molto recenti, la terapia medica si concentrava sugli aspetti estetici della presentazione di genere, formando diverse teorie sulla corrispondenza (o no) tra l’aspetto somatico del corpo e l’identità di genere.
Rendere un aspetto sociale della vita, come la presentazione di genere, di competenza medica, si chiama medicalizzazione, e può essere dannoso senza il pieno consenso informato dell’individuo.
Alcune forme di intersessualità possono presentarsi unite a problematiche realmente mediche, o solo con squilibri ormonali (su cui c’è stata finora poco ricerca), o con tutte le altre problematiche mediche che possono succedere a chiunque.
La mancanza di una comunicazione chiara, che spieghi obiettivamente come stanno le cose, correlata di tutte le informazioni necessarie, comprese le controindicazioni e le possibili varianti, può minare nel paziente e nei genitori la fiducia di avere una cura e una tutela della salute e dell’integrità della persona.

Crossdresser

Prendono il nome di crossdresser quelle persone che, per varie ragioni, si travestono in alcuni ambiti della loro vita quotidiana con gli abiti tipici del sesso opposto. Il crossdressing ha un carattere neutro, privo di pregiudizi di fondo.
Si tratta di un fenomeno noto fin dall’antichità – tanto che se ne parla persino nella Bibbia. In alcuni casi, però, ancora oggi il fenomeno è circondato da pregiudizio.
Un po’ com’è successo a Damiano dei Maneskin o ad Achille Lauro perché mettono lo smalto alle unghie e si vestono in un modo socialmente non accettabile (socialmente non accettabile per chi, poi?).
Ci sono vari motivi che spingono una persona a diventare crossdresser.
Vita Sackville West si travestiva da soldato per poter uscire con la fidanzata Violet Keppel quando erano giovani ed evitare anche di essere importunate essendo due donne sole per strada.
La ragione più comune è legata al mondo dello spettacolo, in particolare attraverso il fenomeno delle drag queen – uomini che si vestono da donna – o dei drag king – donne che si vestono da uomini.
In generale tuttavia, per molti secoli, il teatro è stato appannaggio degli uomini che recitavano anche parti da donna.
Per le donne, gli abiti maschili sono però in un certo senso di per sé consueti: pensiamo ai pantaloni o alle camicie da uomo (le possiamo riconoscere a volte solo dall’abbottonatura).
Ciò non toglie che portare i pantaloni per una donna è ancora insolito in alcune culture.
Anche giornalisti e militari, ma anche donne in alcune società in cui sarebbe in pericolo la loro stessa esistenza, tendono a vestirsi come esponenti del sesso opposto per determinate finalità specifiche.
Per giornalisti e militari si tratta di indagare o risolvere un problema di sicurezza sociale, per le ragazze in Afghanistan travestirsi da ragazzi si è trattato in molti casi di cercare di passare inosservate dai talebani.
C’è poi la questione del feticcio sessuale oppure della comodità nell’indossare abiti tipici dell’altro sesso.
Curiosità: la prima crossdresser incontrata nella cultura di massa quando ero bambina è stata senz’altro Lady Oscar.
Oscar viene educata fin da piccolissima come un maschio – per diventare soldato – e quindi nel cartone animato omonimo è sempre in divisa – tranne in una puntata in cui va a un ballo a Versailles e nessuno la riconosce.
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