Quali sono le nuove professioni del futuro?

Quali sono le nuove professioni del futuro? Quelle legate alla tecnologia, all’istruzione, alla formazione, alla comunicazione, ai servizi di supporto e di cura della persona.

È un’affermazione la cui validità può essere contestabile, poiché il mercato del lavoro è incerto e imprevedibile, soprattutto a causa dell’emergenza sanitaria che ha investito tutto il mondo.

Tuttavia, gli studi al riguardo individuano alcuni megatrend attraverso cui è possibile identificare un modello che consente anticipazioni e previsioni della domanda di professioni e competenze nei prossimi anni.

In particolare, mi riferisco a questi tre studi: una ricerca realizzata dalle società EY, ManpowerGroup e Pearson Italia; il report del World Economic Forum; uno studio di Assolombarda in collaborazione con il Centro Studi dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e il CRISP, Interuniversity Research Centre for Public Services.

Il cambiamento strutturale nel mercato del lavoro di tutti i Paesi avanzati riguarda le tipologie di contratto, le competenze dei lavoratori e le caratteristiche delle professioni.

È dovuto da un lato alla rivoluzione digitale in atto, dall’altro alla pandemia, e ha consentito di individuare i megatrend che influenzeranno la domanda di lavoro nei prossimi anni, che sono:

• digitalizzazione e progresso tecnologico;
• invecchiamento della popolazione;

• transizione verso la green economy, l’economia che vuole ridurre l’impatto ambientale attraverso lo sviluppo sostenibile, come ad esempio l’uso di energia rinnovabile e la riduzione dei consumi.
Ma la ricerca delle società EY, ManpowerGroup e Pearson Italia va ancora più in profondità e individua un sottogruppo di 14 trend, che segue quelli definiti dal Competence Centre on Foresight della Commissione europea, che impatteranno in modo molto forte sulla domanda di lavoro nei prossimi anni:
1. disuguaglianze sociali;
2. cambiamento dei modelli lavorativi;
3. cambiamenti climatici e degrado ambientale;
4. urbanizzazione continua;
5. scarsità di risorse naturali;
6. diversificazione dei processi di apprendimento e di istruzione;
7. espansione dell’influenza economica dell’Est e del Sud;
8. influenza crescente dei nuovi sistemi di governo;
9. consumismo crescente;
10. aumento dei fenomeni di migrazione;
11. imprevedibilità delle sfide di carattere sanitario;
12. innovazione tecnologica e interconnessione;
13. diversificazione delle minacce alla sicurezza dei cittadini;
14. aumento degli squilibri demografici. Fatte queste premesse, andiamo a vedere quali sono, ad oggi, le tendenze della domanda di professioni nei prossimi anni.
Tra l’altro, è importante notare lo stretto rapporto che c’è tra il mercato del lavoro e le lauree STEM. Infatti, le competenze acquisite attraverso queste lauree sono centrali per molti settori industriali e lo saranno ancora di più negli anni a venire.

Professioni più richieste in Italia

Quali sono le professioni più richieste in Italia? Per rispondere a questa domanda, mi sono documentata con il report di LinkedIn, “Lavori in crescita in Italia”.

Secondo questo studio, le professioni più richieste sono (e saranno):

  1. insegnanti di sostegno;
  2. medici specializzati;
  3. esperti di digital marketing;
  4. freelance creativi;
  5. esperti nel servizio clienti;
  6. esperti nel settore tecnologico;
  7. agente assicurativo, consulente assicurativo, broker assicurativo;
  8. biologo molecolare, chimico analitico, biologo, ingegnere biomedico, ricercatore tecnico, docente di ricerca;
  9. personale sanitario;
  10. professionisti dell’e-commerce;
  11. freelance esperti di contenuti digitali;
  12. consulente immobiliare, assistente immobiliare, agente immobiliare, broker immobiliare;
  13. assistente ai servizi finanziari, direttore di banca, assistente contabile, consulente bancario, impiegato di banca, responsabile investimenti;
  14. responsabile del team di vendita, consulente strategico, Sales Engineering Manager, direttore vendite, consulente in sviluppo aziendale, consulente di vendita;
  15. giornalisti, redattori, editori, conduttori.

Il mercato del lavoro è cambiato e, secondo la definizione che hanno dato gli economisti, è diventato volatile, incerto, complesso, ambiguo.
Questo significa che le carriere diventano sempre più ibride. Chi si affaccia oggi al mondo del lavoro non può più pensare al posto fisso o a un contratto a tempo indeterminato: in questo contesto il freelancing diventa un valore aggiunto.

Le aziende non cercano più competenze manuali, per quelle ci sono le macchine. Le aziende cercano un mix di competenze, specialistiche e trasversali.

 

La domanda che un giovane in cerca di lavoro deve porsi è “quanto sono attraente per il mercato del lavoro che cambia continuamente?”.
Per questo è fondamentale fare personal branding, cioè promuovere se stessi, mettendo in evidenza le proprie passioni, le proprie qualità, le proprie conoscenze.

Come dice Vito Verrastro, formatore e communications manager, c’è bisogno di meno curricula e di più valori da condividere.

Tutto questo porta a sviluppare ed allenare le cosiddette soft skills: essere capaci di lavorare in team, avere un pensiero e un ragionamento critico, essere flessibili, essere in grado di comunicare in modo efficace e costruttivo.

Si tratta di competenze che viaggiano insieme a quelle specialistiche, soprattutto digitali.

Insegnante di sostegno

Tra le professioni più richieste nel nostro pese c’è l’insegnante di sostegno, che è previsto nella scuola di ogni ordine e grado secondo la legge vigente.

È un facilitatore dell’apprendimento, con competenze pedagogico-didattiche e relazionali che hanno l’obiettivo dell’integrazione attraverso la mediazione.Le capacità fondamentali di un insegnante di sostegno sono:

  • ascolto;
  • empatia;
  • accettazione;
  • rispetto.

Che cosa fa un insegnante di sostegno?
Il suo primo compito è consultare la documentazione relativa all’alunno diversamente abile.
Reperisce le prime informazioni dai colleghi, dalla famiglia e dalla ASL competente per territorio.

Poi svolge attività sistematica di osservazione dell’alunno nel contesto della classe e promuove attività di tutoring in classe.
Media i rapporti tra tutte le figure che ruotano intorno all’alunno in una logica di rete (insegnanti di classe, ASL, dirigente scolastico, educatori, genitori, Ente Locale) per accompagnare il progetto di vita dell’alunno diversamente abile e qualificare i contesti in cui si realizza.
Partecipa al lavoro di programmazione didattica – educativa della classe.

 

L’insegnante di sostegno mette a disposizione le proprie competenze e si confronta con i colleghi sulle problematiche relative agli apprendimenti e ai comportamenti degli alunni.

Può, inoltre, suggerire nuove modalità di insegnamento/apprendimento e strategie di semplificazione e adattamento che tengano conto dei tempi di apprendimento e dei diversi stili cognitivi di ciascun alunno.

Sollecita interventi e finanziamenti (comunali, provinciali, regionali) per operare concretamente e contribuire alla realizzazione del progetto di vita della persona disabile e aiuta la famiglia dell’alunno diversamente abile nel reperire tutte le informazioni utili sulle realtà che operano nel territorio e sulla normativa vigente.

 

Partecipa regolarmente agli incontri di Gruppo di Lavoro per confrontarsi con gli altri insegnanti e svolge prevalentemente il suo lavoro all’interno della classe, per favorire il più possibile l’integrazione dell’alunno diversamente abile.

Ma ci sono cose che un insegnante di sostegno non dovrebbe fare, ad esempio, trasformare il sostegno in un’attività individuale, fuori dalla classe o con gruppi di soli studenti con disabilità, oppure partecipare alle lezioni con una funzione subordinata ai docenti che non sono di sostegno.
Fare l’insegnante di sostegno non è facile e ci sono delle criticità da superare.

 

Spesso l’insegnante di sostegno è precario e non ha una specializzazione, ma è costretto a un vincolo di 5 anni sul sostegno per poter passare al ruolo comune.

Di frequente sostituisce i docenti curriculari se assenti. Tuttavia, non c’è nessuna legge che dice che l’insegnante di sostegno deve fare supplenza in assenza del docente di ruolo nella classe dello studente seguito, né tanto meno in altre classi.

Per far fronte a queste criticità, per prima cosa c’è bisogno di una specializzazione universitaria per la specifica figura professionale, per imparare specifiche competenze, come: l’ascolto attivo, il Problem soling collaborativo, l’analisi dello stress familiare, oltre che le competenze didattico- metodologiche.

Inoltre, la scuola dovrebbe stabilizzare i docenti, in modo da avere continuità.

Tutti gli insegnanti, poi, dovrebbero formarsi sulle competenze di base per accogliere studenti disabili e, in generale, sui processi di integrazione.

Freelance creativi

Chi sono e cosa fanno i freelance creativi?
Partiamo con il definire chi è un freelance: un lavoratore autonomo che, invece di essere dipendente di un’azienda, è un libero professionista con Partita Iva che fornisce i suoi servizi in base a un contratto oppure per singolo progetto.
I freelance creativi possono essere:
  • accessories designer;
  • jewelry designer;
  • car designer;
  • videomaker;
  • graphic designer;
  • illustratore;
  • copywriter;
  • art director;
  • digital and content strategist;
  • set designer;
  • user experience/interface designer;
  • esperto di grafica;
  • esperto di animazione.

Quali competenze hanno i freelance creativi?
Una persona creativa di solito è curiosa, empatica, intraprendente e sicura di sé.

 

La creatività ha a che fare con la fantasia e l’invenzione; genera idee nuove perché si avvale non solo del pensiero logico, ma anche di quello laterale, che scova soluzioni dove sembra che non ce ne siano.

È un atteggiamento di apertura verso il mondo, che trasforma gli stimoli di cui siamo bombardati ogni giorno in spunti originali.

Se non ti senti una persona particolarmente creativa, niente panico. La creatività, infatti, si può allenare!

 

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Giornalisti

giornalisti sono professionisti dell’informazione: attraverso i loro contenuti veicolano idee capaci di influenzare l’opinione pubblica.
Le principali mansioni del giornalista sono:

  • ricerca;
  • analisi delle fonti;
  • interviste;
  • produzione del contenuto.

Spesso il giornalista è laureato in Scienze della comunicazione, in Lettere o Lingue, ma ci sono laureati anche in materie sociali o economiche.

Dopo la formazione universitaria, si possono percorrere due strade: le scuole di giornalismo – private – o il praticantato. Il praticantato dura 24 mesi.

Dopo questo periodo si accede all’esame: se si sceglie di diventare pubblicista non c’è l’obbligo di esercitare la professione in modo esclusivo.
L’esame orale si svolge nella sede del proprio Ordine locale e, dopo l’accertamento, si ottiene il tesserino da giornalista pubblicista.

Se, invece, si sceglie di diventare giornalista professionista si accede a un esame che comprende sia lo scritto, sia l’orale.

Superato l’esame, si ottiene il tesserino da giornalista professionista.

 

Dal primo gennaio 2014 i giornalisti hanno l’obbligo della Formazione Professionale Continua (FPC) per adeguarsi alla normativa che richiede l’aggiornamento per tutti gli iscritti a un Ordine professionale.

La Formazione Continua è una condizione obbligatoria per mantenere la propria iscrizione all’Ordine professionale. Ogni iscritto all’Ordine ha l’obbligo di maturare 60 crediti formativi in un triennio attraverso corsi di formazione.

Il giornalista oggi non può più pensare di stare seduto a scrivere sul suo taccuino con la sua matita bella appuntita dietro a una scrivania.

Oggi, chi intraprende la carriera giornalistica deve possedere competenze digitali specialistiche.

Per fare bene il suo lavoro, ha bisogno di fare Personal Branding e, per farlo, deve conoscere le basi del digital marketing e del social media management.

 

Sì, il giornalista di oggi deve stare sui social, e con un’immagine coerente di sé.

Inoltre, deve essere un bravo PR di sé stesso: in un mondo in continua evoluzione, l’unica certezza sono le relazioni costruttive. Perciò deve aver cura di creare, gestire e mantenere relazioni umane professionali.

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Professioni più richieste all’estero

Seguendo i report di LinkedIn, in particolare “Jobs on the Rise in 2021”, le seguenti sono le professioni più richieste all’estero.
  1.  Medico. Come c’era da aspettarsi, l’emergenza sanitaria ha portato con sé la necessità di professionisti in ambito medico in molti settori dell’assistenza sanitaria anche all’estero.
    Attualmente negli Stati Uniti ci sono 230mila ricerche di lavoro aperte per professioni nell’ambito medico.
  2. Personale di assistenza sanitaria, ad esempio personale per esami clinici; Pneumologi, che si occupano della diagnosi e della terapia delle patologie che possono colpire l’apparato respiratorio; Health coach, un professionista che aiuta a cambiare stile di vita.
    Ancora: assistenti domiciliari, paramedici, tecnici farmaceutici, consulenti di settore, assistenti e tecnici specializzati nella cura del paziente.
  3. Infermieri. In particolare si cercano infermieri generici, di terapia intensiva e di pronto soccorso. Assistenti infermieristici certificati e direttori dell’assistenza infermieristica.
  4.  Specialisti della salute mentale.
  5. Professionisti dell’Intelligenza Artificiale come ad esempio Ricercatori e ingegneri Machine Learning, cioè esperti di statistica, data mining e algoritmi che analizzano grandi quantità di dati per programmare computer e macchine autoadattive.
  6. Professionisti in digital marketing, come social media manager, direttore marketing digitale, esperto SEO.
  7. Specialisti analisi dati, come analista e gestore dei dati; Data Scientist; Data Engineers e Data Architect.
  8. Creatori di contenuti digitali: podcaster; blogger; YouTuber; sviluppatori di contenuti, content specialist; content writer; content strategist e content producer.
  9. Professionisti dell’esperienza utente (UX): consulente UX; specialista in UX Design; ricercatore UX; consulente in Product Design.
  10. Ingegneri specializzati. Ad esempio sviluppatore back-end; ingegnere full stack; ingegnere front-end; ingegnere dell’affidabilità del sito (Site Reliability Engineer), ingegnere cloud, architetto cloud.
  11. Insegnanti e formatori, tra cui assistente didattico; tutor accademico; insegnante di scuola media; sviluppatore di curricula scolastici; consulente educativo; progettista didattico.
  12. Professionisti finanziari come consulenti, funzionari di prestito ipotecario; rappresentanti finanziari.
  13. Professionisti e-commerce come Personal Shopper; specialista in evasione ordini; coordinatore di pacchi; autista di consegna; impiegato di magazzino; responsabile del team di magazzino; coordinatore e-commerce.
  14. Professionisti delle vendite come consulenti strategici, specialisti delle vendite, consulenti per lo sviluppo aziendale.
  15. Coach, soprattutto: Executive Coach, Career Coach, Skills Coach, Relationship Coach e Personal Life Coach.
  16. Funzionari per l’uguaglianza, la diversità e l’inclusione sul posto di lavoro come ad esempio: esperti in differenze culturali; direttore generale per l’uguaglianza, la diversità e l’inclusione sul posto di lavoro; esperto in integrazione delle minoranze; coordinatore per l’uguaglianza, la diversità e l’inclusione sociale.

 

La lista delle professioni più richieste all’estero non di discosta da quella nostrana se non per una figura professionale: i funzionari per l’uguaglianza, la diversità e l’inclusione sul posto di lavoro.

Il Diversity Management, la gestione dei dipendenti centrata sulla promozione e sulla valorizzazione delle diversità per garantire elementi d’innovazione, è approdato in Europa negli anni ’90 del Novecento, mentre negli Stati Uniti è presente dagli anni ’60 dello stesso secolo.

 

Oltre a questo, non ci sono fonti che attestino in Italia la presenza nelle aziende di una figura simile.

Sappiamo che dall’ottobre 2009 anche l’Italia ha una “Carta per le pari opportunità e l’uguaglianza sul lavoro” ma anche che, nelle aziende, non esistono pratiche concrete di promozione alla diversità.

Ciò è dovuto in parte al fatto che in Italia ci sono tantissime aziende micro, piccole e medie e che, quindi, non hanno risorse da investire in questi progetti.

Funzionari per l’uguaglianza, la diversità e l’inclusione sul posto di lavoro

Cosa fanno i funzionari per l’uguaglianza, la diversità e l’inclusione sul posto di lavoro? Il loro obiettivo è ridurre la discriminazione (orientamento sessuale; genere; età; religione; gruppo etnico; colore della pelle; appartenenza a una minoranza) sul posto di lavoro, impegnarsi per la parità di accesso ai servizi e promuovere buone relazioni e pratiche verso i diversi gruppi di minoranze.
Questi funzionari lavorano all’interno dei servizi comunitari, sostengono le persone che subiscono discriminazioni e offrono seminari sulla diversità a comunità, personale e volontari.

 

Il ruolo può comportare lo sviluppo, il monitoraggio e la revisione di politiche e strategie progettate per garantire che le aziende, il personale e le parti interessate si impegnino a rispettare le leggi in materia.

Nelle grandi aziende, gli ufficiali possono specializzarsi in un’area particolare come la disabilità o le relazioni razziali, mentre quelli nelle organizzazioni più piccole possono lavorare su una serie di situazioni di discriminazioni.

 

Ci sono molte varianti del titolo di lavoro per questo ruolo, ad esempio: funzionario per la diversità, funzionario per l’inclusione, funzionario per la diversità e l’inclusione o funzionario per l’uguaglianza e l’inclusione.

Le principali mansioni del ruolo sono:

  • ricercare, applicare e promuovere iniziative sulla diversità e condividere le migliori pratiche;
  • fornire consulenza, orientamento e supporto su questioni di uguaglianza e diversità;
  • valutare i bisogni della comunità e promuovere la coesione della stessa;
  • promuovere cambiamenti all’interno delle aziende e della comunità in generale;
  • sviluppare sistemi per segnalare eventuali episodi di discriminazione;
  • mantenere i contatti con i gruppi della comunità e altre organizzazioni pertinenti, ad esempio la polizia, i consigli locali e gli enti del Sistema Sanitario Nazionale;
  • sensibilizzare le scuole, le università e la comunità in generale;
  • affrontare i conflitti all’interno della comunità o sul posto di lavoro;
  • rispondere ai reclami e fornire informazioni sulle opzioni disponibili al problema;
  • aggiornarsi sulla legislazione antidiscriminatoria;
  • tradurre in pratica la legislazione sulla parità per garantire che le aziende soddisfino i requisiti di legge;
  • scrivere, implementare e rivedere la politica a livello aziendale e di servizio;
  • presentare rapporti e raccomandazioni periodiche;
  • preparare e fornire presentazioni e workshop al personale, alle parti interessate e alle organizzazioni partner.
Il lavoro si svolge in una certa misura in ufficio, ma bisogna anche spostarsi a livello locale per partecipare a riunioni, fornire formazione e lavorare con le comunità.
Il lavoro autonomo o freelance è possibile quando si ha esperienza, ad esempio fornendo servizi di formazione o consulenza su questioni di parità sia al settore pubblico che a quello privato.
Può comportare la gestione di conflitti e questioni controverse o politicamente delicate, che a volte possono essere stressanti. Per questo di solito è richiesto di sostenere un controllo del Disclosure and Barring Service (DBS) – l’equivalente del Casellario Giudiziario italiano – a causa del lavoro con gruppi vulnerabili e con minori di 18 anni.
I datori di lavoro cercano candidati laureati e una qualifica post-laurea in uguaglianza razziale, sviluppo di politiche sociali o uguaglianza e diversità può essere utile, soprattutto se si dispone di un diploma di primo livello non correlato.

Specialista in analisi dei dati

Lo specialista in analisi dei dati per prima cosa raccoglie e archivia dati sui numeri delle vendite aziendali, fa ricerche di mercato, logistica, linguistica o altri comportamenti.
Ha le competenze tecniche per garantire la qualità e l’accuratezza di questi dati, quindi elabora, progetta e presenta le strategie per aiutare le persone, le aziende e le organizzazioni a prendere decisioni mirate sulla basa dei dati.
Le responsabilità principali dell’analista di dati sono: la gestione dei dati anagrafici, inclusi creazione, aggiornamento ed eliminazione degli stessi; la gestione di utenti e ruoli utente.
Collabora con analisti di garanzia della qualità e mette in servizio e/o disattiva set di dati. Elabora dati e informazioni riservate secondo le linee guida aziendali; sviluppa report e analisi.
Gestisce e progetta l’ambiente di reporting, comprese le origini dati, la sicurezza e i metadati. Valuta i test e l’implementazione di software nuovi o aggiornati e assiste nelle decisioni strategiche su nuovi sistemi.
Risolve i problemi relativi all’ambiente e ai report del database di report; valuta le modifiche e gli aggiornamenti dei sistemi di produzione di origine.
Forma gli utenti finali su nuovi report e dashboard; fornisce competenze tecniche in strutture di archiviazione dati, data mining e pulizia dei dati.
I datori di lavoro cercano soprattutto laureati in informatica presso università o college accreditati.
I candidati devono saper lavorare con le parti interessate per valutare i potenziali rischi; analizzare strumenti e database esistenti e fornire consigli sulle soluzioni software.
Una delle competenze più ricercate è la capacità di tradurre i processi tecnici aziendali in termini non tecnici ai non addetti ai lavori; dunque, una competenza trasversale che deve avere l’analista dei dati è la capacità di comunicare in modo efficace, semplice e chiaro.

Coach

Il coach è una figura particolarmente richiesta.

Il risultato previsto di un processo di coaching è di raggiungere con consapevolezza il successo in una o più aree della vita personale e/o lavorativa. Innanzitutto, è utile sottolineare che il coach non dice cosa fare, non da una lista di cose da spuntare. Si tratta di percorsi di analisi e riflessione fino ad agire per risolvere il problema.
Di norma a servirsi dell’Executive Coaching – o Leadership Coaching o Coaching delle prestazioni – sono coloro che ricoprono posizioni di leadership, come i dirigenti e i direttori senior, in cui lo sviluppo delle prestazioni è una preoccupazione chiave.
Gli obiettivi dell’Executive Coaching sono:
  • migliorare le prestazioni;
  • portare talenti e abilità a un nuovo livello;
  • far adattare a nuove situazioni o a una transizione.

 

Attraverso questo coaching le persone hanno l’opportunità di riflettere e sviluppare una consapevolezza personale dei propri punti di forza e lavorare su debolezze o problemi specifici che trovano impegnativi per migliorare le prestazioni negli ambienti di lavoro.
Il Career Coaching, invece, è per chiunque abbia appena iniziato una carriera o, dopo tanti anni, voglia cambiare lavoro.
Il percorso con il Career coach aiuta le persone a comprendere il mondo del lavoro e il proprio sviluppo personale, con l’intento di migliorare l’occupabilità.
Lo Skills coaching aiuta a migliorare le prestazioni esistenti attraverso il raggiungimento di risultati e obiettivi prefissati, e si concentra sull’identificazione e il perfezionamento degli obiettivi di carriera; sulla segnalazione degli obiettivi all’interno dei ruoli esistenti; sul riconoscimento delle esigenze di sviluppo personale e di carriera e sul miglioramento delle competenze per consentire prestazioni migliori legate al raggiungimento di compiti specifici.
Le sessioni di coaching delle competenze sono adattate alle conoscenze, all’esperienza, alla maturità e all’ambizione di un individuo specifico.
Il focus è duplice: si basa sul raggiungimento degli obiettivi sia individuali sia aziendali.
Il coaching relazionale (Relationship Coaching) aiuta le persone singole, le coppie e i gruppi a costruire relazioni più sane e soddisfacenti.
L’obiettivo è affrontare le sfide esistenti o potenziali nelle relazioni: mettere in discussione i presupposti, identificare modelli comportamentali, stabilire confini relazionali chiari e sani, scoprire nuovi meccanismi di ascolto, aiutare a trovare modi per esprimere meglio sentimenti e opinioni.
Coloro che intraprendono questo tipo di coaching impareranno le tecniche per la risoluzione dei conflitti e quelle di comunicazione efficace, per la gestione dello stress e i modi per aumentare il proprio benessere emotivo.
Infine, il Personal Life Coaching supporta le persone che vogliono cambiare qualcosa nella loro vita. I personal life coach aiutano a esplorare ciò che si vuole realizzare nella propria vita; definire sogni e aspirazioni realizzabili; trovare risposte e modi per raggiungere i propri obiettivi; evidenziare e comprendere i propri potenziali, abilità e talenti.

Quali sono le competenze per i prossimi anni?

Quali sono le competenze per i prossimi anni? Le prime indicazioni ci vengono date dagli studiosi Frey e Osborne, che hanno messo a fuoco le principali competenze per il lavoratore di domani.
La prima è l’Intelligenza creativa, intesa come “la capacità di unire elementi preesistenti in combinazioni nuove, che siano utili” (POINCARE’, 1906) o, come l’ha definita Umberto Eco nel 2004, “la capacità di combinare in maniera inedita elementi che già esistono”.
La seconda è l’Intelligenza sociale: competenze di negoziazione, persuasione, intuito.
L’Institute for Future identifica dieci competenze rilevanti per i lavoratori futuri:
  1.  sensibilità;
  2.  intelligenza sociale;
  3.  spirito critico;
  4.  identità culturale;
  5.  pensiero computazionale;
  6.  media;
  7.  multidisciplinarietà;
  8.  flessibilità;
  9.  problem solving;
  10.  collaborazione virtuale, la capacità di lavorare in modo produttivo anche all’interno di team in remoto.

 

Tuttavia, il contributo più interessante e completo in termini di competenze richieste dal mercato del lavoro è stato elaborato dal World Economic Forum:
  • pensiero analitico e innovazione;
  • apprendimento attivo e strategie di apprendimento;
  • risoluzione di problemi complessi;
  • pensiero critico e analisi;
  • creatività, originalità e intraprendenza;
  • leadership e influenza sociale;
  • utilizzo, monitoraggio e controllo della tecnologia;
  • progettazione e programmazione della tecnologia;
  • resilienza, tolleranza allo stress e flessibilità;
  • ragionamento, risoluzione dei problemi e ideazione;
  • intelligenza emotiva;
  • risoluzione dei problemi ed esperienza utente;
  • orientamento al servizio;
  • analisi e valutazione del sistema;
  • persuasione e negoziazione.
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