Stress da lavoro e differenze di genere

Stress lavorativo e differenze di genere: perché le donne sono meno felici

Le donne sono statisticamente meno felici degli uomini. Circa il 75% delle donne in più rispetto agli uomini dichiara di aver vissuto un recente episodio di depressione. La probabilità di avere disturbi d’ansia è mediamente superiore del 60% per le donne che non per gli uomini. L’eterna contrapposizione tra uomo e donna insomma, a quanto pare, lascia il segno anche in termini di felicità e umore.

Il gentil sesso vede sempre più nero mentre gli uomini sono sempre più sereni», sostiene il rilevamento della General Society Survey.

Eppure viviamo in un’epoca storica in cui le donne sono più sane, più istruite e con una libertà economica e di movimento impensabili anche solo fino a 30 anni fa. In questo articolo cercheremo di analizzare il perché di questa situazione e soprattutto quali possibilità concrete esistono per risolverla.

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Stress lavorativo: il paradosso della declinante felicità femminile

Il paradosso della declinante felicità femminile, oltre ad essere il titolo della ricerca realizzata dagli economisti Betsey Stevenson e Justin Wolfers della prestigiosa scuola di economia dell’Università di Pennsylvania, a quanto pare è anche una triste realtà di fatto. E lo è per una percentuale molto alta di donne, a prescindere dalla razza, estrazione sociale, nazione o condizione matrimoniale. Il livello generale di felicità, rivela lo studio, delle donne è diminuito sia in valore relativo in rapporto a quanto era 40 anni fa, sia in assoluto rispetto alla felicità degli uomini.

Inesorabile, anno dopo anno, la curva della felicità femminile scende senza più risalire. In un triste e paradossale declino costante, nonostante le conquiste e i successi degli ultimi quarant’anni, le donne perdono con gli anni felicità su tutta la linea: rispetto alla loro vita, agli uomini, a se stesse.

E non sono solo le donne americane: «Il malessere è comune a donne di tutto il mondo» nonostante quattro decenni passati ad «assicurare maggiori opportunità, maggiori conquiste, più grande influenza e più disponibilità finanziaria» dice Arianna Huffington, creatrice del successo editoriale milionario “Huffington Post”. 

Anche in Italia le cose non vanno meglio. «La paura dell’influenza A, la crisi economica, il lavoro precario. Sono questi i fattori che stanno portando gli italiani a vivere nell’ansia quotidiana che stressa mente e fisico» afferma Paola Vinciguerra, psicologa e psicoterapeuta, Presidente dell’Eurodap, Associazione Europea Disturbi da Attacchi di Panico, commentando la ricerca dell’Università degli Studi di Milano su un campione di 4.190 persone secondo il quale 9 italiani su 10 sono stressati. Come se l’emancipazione fosse diventata un’altra forma di schiavitù. E il desiderio di fare e di farcela si fosse trasformato nel dover fare a tutti i costi, e tutto al meglio, in una società che non dà sostegni, raramente premia e non fa sconti. 

Donne e lavoro: analisi delle motivazioni

Trovare le cause di tutto questo non è compito semplice (in effetti gli autori dello studio si sono guardati bene anche solo dal provarci!). Secondo Marcus Buckhingam, ex ricercatore Gallup che ha pubblicato un nuovo libro “Find Your Strongest Life”, non è solo un fatto di crisi del femminismo: c’è anche un aspetto biologico del divario della felicità, riconducibile al fatto che i maschi invecchiano meglio fisicamente e, in una società dominata dall’apparenza, fronteggiare a testa alta l’avanzare dell’età con la competizione di giovani, asciutte, sgambate e avvenenti ventenni, non è semplice. Ma questa, a ben guardare non è proprio una grande novità. Quanto meno non abbastanza da giustificare la differenza degli ultimi 35 anni in fatto di declino della felicità.

Fattori biologici, modalità individuali di pensiero, caratteristiche comportamentali e contesto sociale sono più probabilmente tutti ingredienti di questa situazione di difficoltà femminile agli inizi del 2020. Le donne lavoratrici incontrano oggi maggiori difficoltà rispetto agli uomini: mancanza di servizi e politiche a sostegno della maternità e della famiglia sono ciò che le penalizza. Il professor Freeman, psicologo, si espone più dei suoi colleghi economisti dicendo che probabilmente il fattore principale è sempre lui: lo stress.

Più affollate sono le nostre vite, meno attenzione riusciamo a dare a ogni dettaglio. Aggiungi il fatto che le donne sono ormonalmente più complicate e vulnerabili degli uomini: siamo più severe con noi stesse, prendiamo tutto più a cuore» conferma Maureen Dowd del New York Times, altra super-donna in carriera. Le donne prendono costantemente decisioni su come suddividere il loro tempo nel modo più efficiente tra figli, genitori anziani e lavoro dentro casa e fuori casa. Scegliere di dare la priorità ad una cosa piuttosto che ad un’altra significa in qualche modo lasciare qualcosa indietro, fosse anche solo per un breve tempo. E con la sindrome della “perfettina” che molte di noi donne ha, può solo aumentare ulteriormente lo stress.

Certo, oggi sempre più uomini si coinvolgono nella vita domestica e contribuiscono a prendersi carico di impegni familiari con i figli e con la casa. Personalmente però devo dire che, salvo qualche raro caso, la maggior parte delle donne si ritrova nelle condizioni descritte nel libo “Bastava chiedere”. 

Donne e lavoro: soluzioni per colmare il gap di genere

Se l’analisi delle cause trova poche risposte, la ricerca delle soluzioni va ancora più deserta. In Italia lo scorso 25 novembre 2019 il CNEL Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro ha sollecitato il Parlamento a calendarizzare la proposta di modifica dell’articolo 46 del Codice delle pari opportunità tra uomo e donna, risalente al 2006, con l’obiettivo di ridurre le discriminazioni di genere sui luoghi di lavoro. Certo, già non dover lavorare il doppio più duramente degli uomini per (provare) ad ottenere lo stesso stipendio, non sarebbe male. (Nel 2014, il valore osservato del Gender overall earnings gap era del 39,6% nell’Unione europea e del 43,7% in Italia).

Certamente aiuterebbe un cambiamento nella cultura del lavoro, soprattutto in quella maschile, perché si dia più peso alla redistribuzione del tempo tra lavoro e famiglia, più alla produttività individuale e meno alle ore passate fisicamente sul luogo di lavoro. A questo proposito, un recente studio dell’economista statunitense Claudia Goldin (2014) ha stimato che la disparità di genere sarebbe notevolmente ridotta se le aziende non avessero incentivi così forti a valorizzare in maniera sproporzionata i lavoratori che lavorano più a lungo e oltre l’orario ordinario.

Servizi e politiche a sostegno della maternità e della famiglia sarebbero sicuramente un altro elemento di grande aiuto. Ma c’è anche un problema di mentalità che spesso limita le donne: una mancanza cronica di autostima che ancora troppo spesso le tiene lontane dalla tecnologia e dalla scienza, discipline ancora considerate “da uomini”. Essere bloccate in questa trappola significa oggi precludersi preziose opportunità di nuove tipologie di lavoro (smart working, lavoro da casa in proprio, autoimprenditorialità) che potrebbero decisamente alleggerire il carico mentale di noi donne.

In conclusione, come sempre per me, l’unica soluzione che vedo veramente possibile – perché è l’unica in cui i fattori sono tutti sotto il tuo controllo, senza dover aspettare improbabili aiuti dall’esterno – è lavorare su te stessa. Più consapevolezza hai di te e dei tuoi talenti, più dettagliato è il tuo piano d’azione – nella vita e nel lavoro – e più probabilità hai di trovare un equilibrio soddisfacente e capace di rovesciare questa annoiante statistica sul Paradosso della Declinante Felicità Femminile. 

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Erica Zuanon

Erica Zuanon

Ho unito le mie opposte esperienze di vita come ingegnere e pianista per creare una terza esperienza lavorativa, qualcosa che oltre al lavoro mi rendesse felice. Aiuto lavoratori e professionisti a chiarire e realizzare i loro obiettivi di carriera così da migliorare economicamente ed avere una vita professionale più soddisfacente.

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