Niente di vero di Veronica Raimo: recensione

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“Niente di vero” di Veronica Raimo è il romanzo di autofiction vincitore del Premio Strega Giovani 2022. Non si tratta di un’autobiografia: l’io narrante è quello di Veronica, ma come il titolo annuncia con astuta ambivalenza, il principio guida del libro non è quello della verità, né al suo interno si troverà qualcosa di Vero, diminutivo di Veronica. Il lettore è così subito avvolto da una sensazione di spaesamento che caratterizza l’intero romanzo.

Veronica Raimo è nata a Roma nel 1978. Laureata in lettere specializzata in critica cinematografica, collabora con testate giornalistiche nella sezione cultura. Traduttrice e sceneggiatrice, ha pubblicato romanzi e poesie con diverse case editrici: “Il dolore secondo Matteo”, “Tutte le feste di domani”, “Miden”, e “Le bambinacce” (con Marco Rossari).

“Niente di vero” è stato pubblicato per Einaudi ed è, con le parole della Raimo, un “libro comunitario”: è stato infatti sottoposto a un editing sostanziale a più mani, che si è reso necessario per “ricucire insieme le scene”. Come la scrittrice afferma nell’intervista fatta presso la Biblioteca Vaccheria Nardi di Roma: “Questo materiale l’avevo un po’ disseminato negli anni. Non è stata una scelta fatta a tavolino: ho lavorato per quadri eterogenei. “Niente di vero” può sembrare un romanzo di formazione, ma si svolge su piani temporali diversi. L’idea era quella di fare un affresco non solo della mia famiglia, ma anche di come si sia vissuta la famiglia in un determinato periodo storico (n.d.a. l’Italia degli anni Ottanta)”.

Trama “Niente di vero” di Veronica Raimo

“Niente di vero” non ha una trama definita. Alla Raimo lettrice interessa che la pagina sia coinvolgente, quindi quando scrive pone particolare attenzione alla caratterizzazione dei personaggi e all’uso della lingua. Per lei i testi devono reggere indipendentemente dalla successione degli eventi: in questo senso il romanzo è una dichiarazione d’intenti. Il suo incipit è emblematico.

Quando in una famiglia nasce uno scrittore, quella famiglia è finita, si dice. In realtà la famiglia se la caverà alla grande, come è sempre stato dall’alba dei tempi, mentre sarà lo scrittore a fare una brutta fine nel tentativo disperato di uccidere madri, padri e fratelli, per poi ritrovarseli inesorabilmente vivi.

Da queste righe abbiamo il polso di chi sia Veronica autrice, ma anche Veronica protagonista: pungente, diretta e cristallina, per questo disarmante e molto umana. Il personaggio di Veronica è caratterizzato soprattutto da sotto-determinazione e inconsapevolezza, che la Raimo utilizza come gioco letterario. Non scava negli avvenimenti e nei pensieri, ma sposta abilmente l’attenzione altrove, in modo da dare una visione marginale degli eventi e delle cose.

Attraverso incursioni nel passato e salti temporali, la Raimo affronta i diversi stadi della propria crescita e ne dipinge gli attori.

La sua è una famiglia complessa, uguale a tante altre. La madre è iper-apprensiva e onnipresente, una classica mamma italiana che mette sul trono il figlio maschio, genio precoce, e che è gratificata più dalla “versione surrogata di sua figlia” che da quella reale. Il padre, ossessionato dall’igiene, trascorre la sua vita a “costruire muri nelle stanze”, è uno stakanovista del lavoro e, quando parla, sembra sempre arrabbiato. Il fratello maggiore, Christian Raimo, è anch’egli scrittore: da bambino è stato suo alleato nelle interminabili giornate di noia, ma essendo persona dai valori ben delineati e metro di paragone irraggiungibile, diventa anche un “modello per negazione”.

Dalla narrazione emerge un tema che funge da collante a tutte le scene: quello dell’imprecisione della memoria e della sua inaffidabilità. Tutto quello che viene raccontato è patinato e filtrato attraverso i ricordi, sempre manipolabili e incerti. La scrittura è un modo per mettere ordine nello sconquasso e per dare significato alle cose. La stitichezza, la depressione della madre, la more del padre, le oscenità dello zio sono tutte occasioni per ricostruire una propria verità.

Veronica non ha dovuto affrontare gravi drammi o traumi: un qualsiasi evento quotidiano diventa il pretesto per raccontare cortocircuiti di comunicazione e relazione. La scrittrice li utilizza per affrescare tutte le assurdità da cui nessuna famiglia è esente.

Nella mia famiglia ognuno ha il proprio modo di sabotare la memoria per tornaconto personale. Abbiamo sempre manipolato la verità come se fosse un esercizio di stile, l’espressione più completa della nostra identità. Talvolta ci accordiamo quantomeno il beneficio del dubbio rispetto ai nostri sabotaggi, conserviamo dentro di noi un piccolo spiraglio per ristabilire l’esattezza degli eventi, ma è molto più frequente il contrario: dimentichiamo la menzogna iniziale o il fatto stesso che si tratti di una menzogna.

La nostra recensione

Il libro “Niente di Vero” ha la forza di un koan buddista: è tanto disarmante quanto affascinante. Proprio come un koan ci conduce fuori dagli schemi mentali convenzionali per donarci una nuova visione. La razionalità a cui siamo tutti più o meno soliti è lontana dalla vita della protagonista, che sembra invece lasciarsi spingere avanti dagli eventi, senza che lei stessa si renda conto di viverli.

La famiglia è spesso un’ingombrante radice, che influenza la nostra identità e il nostro sviluppo. “Niente di vero” di Veronica Raimo affronta questa tematica inflazionata e spigolosa. La scrittrice lo fa con un approccio molto innovativo: utilizza uno stile autobiografico ritoccato dalle fallacie della memoria. E proprio su questi inciampi crea l’intera narrazione, utilizzando un’ironia schietta e senza fronzoli, acuta e indulgente al tempo stesso. Nel momento in cui il giudizio sembra scontato, la prospettiva viene ribaltata e non si può che sentirsi vicini ai personaggi. Le parole sono scelte con attenzione e combinate con una tensione tale che ti attraversano corpo e mente come una scossa.

Per questi motivi ho consigliato “Niente di vero” a tutti: anche a mia madre, a mia sorella e a mia nipote diciassettenne. La famiglia affrescata dalla Raimo ci conduce su sentieri della memoria in cui è facile riconoscersi. Gli stereotipi dei personaggi e della loro comunicazione sono esacerbati al punto da non poter evitare di riderne. Ci si rende così conto di quanto i cliché possano essere nocivi non solo a livello familiare, ma più in generale anche a quello culturale.

Combattere i luoghi comuni per abbattere il gender gap è uno dei temi affrontati da LeRosa. Se vi interessa approfondire, trovate l’articolo su come abbattere il gender gap della giornalista Mariangela Campo.

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La mia speranza è che tutti noi possiamo imparare da Veronica l’arte di non prendersi troppo sul serio e di contrastare con l’ironia certi modelli ricorrenti di pensiero e di comportamento. Io, nel leggere questo libro ho riso molto, sentendomi leggera e felicemente imperfetta.

Nella mia vita non vedo mai il bicchiere mezzo pieno. Nemmeno mezzo vuoto. Lo vedo sempre sul punto di rovesciarsi. Oppure non lo vedo proprio. Non c’è nessun bicchiere. Non c’è niente. Sono di fronte a un tavolino brutto e sopra il nulla. Potrebbe sparire anche il tavolino. Anzi è già sparito. Non mi resta l’assenza, ma la perplessità.

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