Matilde Serao, biografia

Matilde Serao, giornalista e scrittrice, è stata la prima donna italiana a fondare un quotidiano e a dirigerlo. Più volte venne candidata per il premio Nobel, ma divergenze politiche impedirono che le fosse assegnato.

La vita

Matilde Serao nacque a Patrasso in Grecia nel 1856 da una coppia mista. Il padre, Francesco Saverio Serao, era un avvocato napoletano fuggito dall’Italia perché antiborbonico; la madre, Paolina Borrely, apparteneva alla nobiltà decaduta greca.

I due si incontrarono a Patrasso, si innamorarono ed ebbero un’unica figlia: Matilde. La bimba era particolarmente forte e vivace e crebbe circondata dall’affetto dei genitori. Quando i Borboni lasciarono Napoli, i Serao rientrarono in possesso delle loro  proprietà nel casertano.

Matilde viveva serena anche se la situazione economica della famiglia non era affatto rosea. Quando Matilde era in età scolare manifestò grandi difficoltà: sembrava che la bambina fosse più interessata ai giochi da “maschiaccio” che alle attività sedentarie proposte dalla scuola. E così a otto anni Matilde non sapeva ancora leggere e scrivere.

Un giorno accadde che Paolina si ammalasse e Matilde, per intrattenere la madre durante la convalescenza, decise di imparare a leggere. Volere è potere! In quel momento la piccola Serao si affacciò al mondo della parola scritta, quel mondo che avrebbe dato senso a tutta la sua vita.

A 15 anni chiese di frequentare una scuola come uditrice e a 18 anni si diplomò all’Istituto magistrale. Matilde era una ragazza intraprendente, allegra e coraggiosa, con una risata fragorosa e travolgente; il suo fisico esuberante e poco aggraziato. Ma nulla e nessuna la poteva fermare.

Col diploma in mano superò un concorso e venne assunta ai Telegrafi di Stato.

Rimase in quel mondo tutto femminile per tre anni quando si licenziò per dedicarsi alla sua passione: la scrittura.

Erano anni in cui il giornalismo raccontava la situazione dell’Italia da poco unita, in cui i giornalisti erano testimoni e portavoce della realtà sociale.  Matilde Serao, che aveva frequentato da sempre la redazione del giornale in cui lavorava il padre, non faticò a far pubblicare i suoi primi articoli con lo pseudonimo di “Tuffolina“.

Fino a 26 anni Matilde rimase a Napoli; poi decise di andare a Roma: la capitale offriva infatti maggiori opportunità ad una giovane scrittrice. Con diversi pseudonimi scriveva di letteratura e di mondanità, di pettegolezzi e di cronaca rosa, sul “Capitan Fracassa“, un importante giornale letterario e satirico.

La sua intraprendenza la portò ad entrare nei salotti della mondanità capitolina dove però venivaguardata con diffidenza: la sua risata rumorosa e il suo aspetto grossolano non eranoapprezzati in quel nel mondo raffinato e pettegolo.

Ma Matilde Serao non si scompose: agghindata con cappelli smisurati, non si lasciò intimorire dalla rigida etichetta.

«Quelle damine eleganti non sanno che io le conosco da cima a fondo, che le metterò nelle mie opere; esse non hanno coscienza del mio valore, della mia potenza…» scrisse in una pagina del suo diario.  Matilde Serao aveva grande considerazione di sè e del suo valore e, combinando irruenza e competenza, riuscì a superare le diffidenze di quel mondo borghese.

Nel 1883 pubblicò il suo primo romanzo “Fantasia” che ebbe un buon successo di pubblico ma che venne criticato pesantemente da un illustre critico letterario. Edoardo Scarfoglio dichiarò infatti che «… si può dire che essa sia come una materia inorganica, come una minestra fatta di tutti gli avanzi di un banchetto copioso, nella quale certi pigmenti troppo forti tentano invano di saporire la scipitaggine dell’insieme». 

Matilde Serao non perse l’occasione di ribattere e questo botta e risposta li portò a conoscersi bene tanto che i due a breve si sposarono. Il loro amore venne annunciato anche dalla celebre penna di Gabriele d’Annunzio che dedicò ai due sposi un articolo dal titolo Nuptialia.

L’unione tra Matilde ed Edoardo non si nutriva solo di amore, ma anche della comune passione per il giornalismo: dal matrimonio nacquero quattro figli e dal loro impegno professionale scaturirono prima “Il Corriere di Roma” e poi il “Corriere di Napoli”.

La penna di Matilde Serao scorreva per raccontare la vita nelle città e nelle campagna, le condizioni delle donne e dei bambini.

Il matrimonio con Scarfoglio fu inizialmente sereno, ma un po’ alla volta le frizioni tra i due emersero con prepotenza ed Edoardo si distraeva con amanti occasionali mentre Matilde si dedicava al lavoro. La situazione si fece drammatica quando un’amante scaricata da Edoardo lasciò, sulla porta di casa Scarfoglio, la bambina avuta da lui e si tolse la vita.

E che cosa fece Matilde? Prese con sé quella creatura e la allevò come sua.

Dopo questi eventi il matrimonio finì, anche se la collaborazione professionale continuò ancora per un po’.

Qualche anno dopo Matilde Serao conobbe un altro giornalista, un po’ più giovane di lei. Quando Scarfoglio morì Matilde Serao sposò Giuseppe Natale e per alcuni anni la giornalista più famosa d’Italia visse serena al suo fianco; assieme fondarono un altro quotidiano, “Il Giorno”, che Matilde dirigeva. Purtroppo però rimase presto vedova.

Matilde Serao morì nel 1927 mentre, seduta alla scrivania, stava scrivendo: un infarto la portò via mentre stava facendo la cosa che aveva sempre amato di più.

Periodo storico e letterario

Matilde Serao visse in un periodo di grandi trasformazioni per l’Italia:

  • Unificazione italiana e primi governi nell’Italia unificata;
  • Belle Époque;
  • Prima Guerra Mondiale;
  • Fascismo.

Matilde Serao nacque negli anni in cui si stava concludendo il processo di unificazione dello stato italiano. Visse solo da piccina questi eventi, ma la storia incise sulla sua famigia: il padre era antiborbonico ed era dovuto scappare in Grecia. Per questo Matilde Serao era nata fuori dall’Italia. Quando però l’impresa garibaldina favorì la fuga dei Borboni e l’Italia si unificò, la famiglia poté rientrare in Campania.

I primi governi dell’Italia unita sono definiti Destra storica e Sinistra storica: avevano il compito di costruire l’Italia, ma non era un’impresa facile.

L’Italia era un paese in cui:

  • il 98% della popolazione era analfabeta;
  • dal Nord al Sud le persone parlavano lingue diverse;
  • in ogni regione si usavano diverse unità di misura e diverse monete.

I governi dei primi 40 anni dovettero affrontare moltissimi problemi e commisero molti errori: alcuni forse in malafede, molti sicuramente dettati dall’inesperienza. Comunque alle soglie del Novecento si erano create le strutture del nuovo stato, ma le ingiustizie erano molte: il Sud e il Nord beneficiavano di trattamenti diversi tanto che se al Nord gli scioperi venivano tollerati dal governo, al Sud invece le proteste popolari erano stroncate nel sangue.

Il periodo tra Ottocento e Novecento, definito Belle Époque, fu comunque un periodo di grandi sogni e speranze:

  • Le nuove invenzioni e i progressi delle scienze e della tecnica contribuivano al miglioramento delle condizioni di vita di tutta la popolazione.
  • Nuovi farmaci e nuovi vaccini migliorarono la salute e il benessere.
  • Più leggere condizioni di lavoro portarono la popolazione ad avere del tempo libero.
  • L’industria dello svago accendeva i teatri e apriva i cinematografi.
  • Si iniziò apensare che fosse sia importante andare in vacanza e si svilupparono le prime località turistiche.

Purtroppo le luci che accendevano le città distrassero la popolazione dalla tensioni che serpeggiavano in Europa tanto che nel 1914 scoppiò un terribile conflitto definito “Grande guerra“.

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L’Europa scoprì quanto potessero essere drammatiche le condizioni dei soldati sotto il fuoco delle nuove micidiali armi; in quattro anni sessanta milioni di soldati presero parte al conflitto. Nel 1918 furono circa 11 milioni i morti e altrettanti gli invalidi regalati da questa carneficina.

Ma nel 1919 un’altra tragedia arrivò a devastare le popolazioni: la Spagnola. Si trattò di una terribile epidemia che provocò più vittime della guerra: in Europa 12 milioni persone morirono, in tutto il mondo 55 milioni.

Ma un’altra tragedia andò a sommarsi alle macerie del primo conflitto mondiale: la dittatura.

Il regime fascista che costruì la sua forza sulle macerie della guerra tolse agli italiani il diritto di scegliere per la propria vita perché c’era chi decideva per loro: il Duce, al secolo Benito Mussolini, prese le redini del potere e portò l’Italia in un altro conflitto ancora più terribile.

Le opere più importanti di Matilde Serao

Moltissime furono le opere scitte da Matilde Serao, così tante che non si possono citare tutt: si pensi che lei collaborò con più di cento testate giornalistiche.

  • La situazione delle maestre nei primi anni del Regno d’Italia

Parlando di articoli Matilde Serao scrisse, sul “Corriere di Roma” il 25 giugno del 1886, “Come muoiono le maestre“. La scrittrice prese spunto dalla terribile vicenda accorsa a Italia Donati, una neodiplomata maestra inviata in un paesino del pistoiese. La donna, che aveva rifiutato le avances del sindaco del paese, venne prima diffamata dallo stesso e poi dai compaesani. Le calunnie furono così pesanti che la donna arrivò a togliersi la vita. Questo fatto portò la Serao a raccontare la vita delle giovani insegnanti della scuola italiana di fine secolo; vennero alla luce i soprusi e le sopraffazioni a cui le “maestrine” erano sottoposte.

  • Ritratti di piccole anime partenopee

Nel 1883 Matilde Serao pubblicò “Piccole anime“, una raccolta di racconti in cui propose una carrellata di ritratti di bambini. Lei amava la sua città e sapeva penetrarne la bellezza. In ognuna di queste narrazioni, che l’autrice scrive “pei grandi“, descrive i piccoli napoletani con le loro “faccine smunte o guance colorite, corpicciuoli scarni o pienotti, vestitini di raso o straccetti per cui si vedeva la pelle – ed erano creature volta a volta ingenue e pensierose, fantastiche e brutali, dolci e acri”.

  • Viaggio in Palestina

Nel 1893 Matilde Serao accettò di affrontare il lungo viaggio per andare in Palestina e nel 1898 pubblicò il suo diario intitolato “Nel paese di Gesù“. Nella prefazione l’autrice chiariva il vestito di viaggio che le è confacente, quello di un “viaggiatore silenzioso, capriccioso, ostinato, preso dalla sua singolare ricerca, [ … ] che vuol vedere palpitar l’anima dei paesi che attraversa” [ … ] perché “ogni paese ha un’anima, lo sapete“.

Lei riuscì a scovare quell’anima, desiderosa com’era di toccare le radici di una fede che lei aveva abbracciato da adulta.

  • Il mondo delle telegrafiste

Matilde Serao, appena diplomata, venne assunta come ausiliaria presso i Telegrafi di Stato. La sua famiglia versava in condizioni economiche difficili e anche lei voleva dare il suo contributo. Non era il lavoro che lei sognava, ma si trattava di un impiego pagato che le permetteva di conoscere un sacco di ragazze e di donne.

Matilde amava stare a chiacchierare, amava il pettegolezzo e ascoltava con voracità le vicende di altre ragazze come lei. Le storie la affascinavano, qualsiasi storia, e Matilde non dimenticava nulla: aveva la capacità di capitalizzare qualsiasi cosa.

Tre anni dopo lasciò il lavoro ai Telegrafi di stato ma una decina di anni dopo diede alle stampe “Il romanzo di una fanciulla” ambientato nel mondo delle telegrafiste.

Il ventre di Napoli

L’opera più famosa della scrittrice non è un romanzo, ma è piuttosto una raccolta di riflessioni e di cronache relative alla città partenopea.

L’occasione per tali riflessioni le venne offerta da un fatto tragico: un’epidemia di colera.

Nel 1884 a Napoli si diffusela terribile pestilenza e il sindaco avvisò il Presidente del Consiglio, Agostino Depretis, della situazione in cui versava la città.

A tale notizia Depretis dichiarò la necessità di “sventrare Napoli per ripulirla dal morbo e per prevenire ulteriori epidemie.

La sanguigna Serao rimase colpita dalla violenza che emergeva dal discorso e “arringò” il Presidente del Consiglio in un testo in cui accusava il governo di non conoscere assolutamente il cuore di quella città che lui intendeva sventrare; quindi decise di raccontarlo a lui, e a tutti noi, quel “ventre”.

In una serie di testi, che possono anche essere letti in autonomia, senza per forza rispettare l’ordine di stampa, Matilde Serao:

  • racconta di quartieri straripanti di miseria;
  • descrive famiglie in miseria, che non sanno come tirare avanti;
  • delinea il profilo di uomini e di donne in balia del degrado urbano;
  • elenca le malattie che affliggono la popolazione.

Ma dopo aver descritto le loro miserie, Matilde Serao accende lo sguardo sulla straordinaria capacità di sopravvivenza che i napoletani hanno sviluppato.

E non solo ci guida all’interno delle loro usanze, ma ci conduce in un labirinto di:

  • magia e riti scaramantici;
  • pratiche religiose di provenienza pagana e di occultismo;
  • cure tradizionali, originali e creative che la lunga esperienza di epidemie ha sviluppato.

In tutto questo non manca l’accettazione dell’inevitabilità della morte che arriva senza limiti a tutte le età.

Ma non c’è solo spazio per la tristezza in quest’opera, anzi, la caleidoscopica vitalità partenopea emerge in tutto il suo splendore, e leggendo alcune pagine  capita di essere catapultati:

  • tra le fragranze dei vicoli dove gli aromi delle pietanze cucinate solleticano i sensi dei passanti;
  • nelle botteghe di coltellai, spadari o materassari;
  • davanti a un banchetto dove un ragazzo sbandiera il profumo della sua pizza.

In questa raccolta di Matilde Serao emerge lo sguardo lucido di chi riesce a penetrare i segreti di un popolo, sia nei suoi aspetti più nascosti e meschini che in quelli più limpidi e, con la sua scrittura vivida è in grado di attrarre, di affascinare e di far sognare.

Pensiero e poetica di Matilde Serao

Matilde Serao è stata la prima donna a emergere prepotentemente nel mondo del giornalismo, un mondo che a fine Ottocento non apriva facilmente le strade al gentil sesso.

La sua forza e la sua determinazione hanno fatto sì che lei riuscisse ad aprire tutte le porte attraverso cui voleva passare.

L’ostinata esuberanza che la caratterizzava emergeva in ogni aspetto della sua vita; lei non si risparmiò mai, nè quando dirigeva i suoi giornali né quando decise di allevare come sua la figlia di suo marito.

Qualcuno la definì femminista perché aveva portato alla ribalta tematiche legate alle donne, ma Matilde Serao non faceva differenza di genere: quando un tema la attraeva lei ci si gettava a capofitto. Non si limitò a mostrare i limiti del mondo maschile, ma con metodo illuminò gli angoli bui dei vizi delle donne e in molte delle sue novelle mette a nudo, alternativamente, i meccanismi della vanità femminile e di quella maschile.

Non fu solo scrittrice, ma anche uan grande grande imprenditrice: riuscì a scovare nuovi lettori per i suoi giornali, utilizzò moderne tecniche di marketing quando ancora questa parola non esisteva, pubblicò una cinquantina di romanzi.

Matilde Serao fu una donna di straordinaria modernità che seppe armonizzare ogni aspetto della sua vita senza rinunciare a sé stessa e ai suoi sogni. Può essere considerata un modello per ogni donna di oggi ed è sicuramente un modello a cui io guardo con attenzione.

Non vorresti anche tu riuscire in ogni ambito della tua vita?

Certo nulla è indolore, le sventure sono un dono che il fato elargisce con generosità a noi umani, ma è interessante vedere come c’è chi utilizza le sventure come trampolino per volare più alto: Matilde Serao ce l’ha fatta!

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