Conoscere la schizofrenia

Conoscere la schizofrenia è il primo gesto di amorevole attenzione verso chi la vive. Conoscerla per capirne la sofferenza. Fin dall’inizio della sua definizione di malattia mentale, la schizofrenia è stata la manifestazione più conosciuta all’interno dei disagi psichiatrici.

Nel pensiero comune la schizofrenia è caratterizzata da una doppia personalità all’interno di una stessa persona. Personalità che si manifestano con allucinazioni di tipo visivo, voci, attribuite ad altri, e comportamenti senza nessun freno.

Motivo per cui, nei lunghi anni dell’ evoluzione della sofferenza psichica, nella cultura occidentale, i cosiddetti pazzi, sono stati isolati e rinchiusi. In alcuni periodi storici, come il nazismo, furono vittime di atroci torture in nome di sedicenti esperimenti scientifici.

Se nella cultura contadina le persone con comportamenti atipici erano tollerate e protette, non sempre, con il fiorire della cultura industriale, si instaurò la pratica di contenerle in strutture apposite come protezione nei confronti della società. In pratica: erano loro il pericolo. Anche se, realmente, la loro pericolosità verso gli altri non era così dimostrata. Ma evocavano una vita non dedita alla produzione e non sottoposta a regole di consumo.

Furono questi i contesti dove si sviluppò anche un nuovo approccio nei confronti delle persone con comportamenti definiti psichiatrici. Si cominciò ad avvicinarsi alla sofferenza mentale in modo più umano. Perlomeno da parte di alcuni psichiatri e medici illuminati.

Cos’è la schizofrenia

Ma cos’è la schizofrenia? Al di là di ciò che comunemente si pensa che sia, di cosa si tratta e come si esprime nelle persone che vengono diagnosticate come schizofreniche.

Secondo Eugenio Borgna, eminenente psichiatra italiano, non c’è una schizofrenia ma le schizofrenie che rappresentano una parte preponderante di quei particolari stati di una persona definiti disturbi psichici. Continuando a citare questo psichiatra dotato di una grande umanità e rigorosità di osservazione, da un lato ci sono le schizofrenie e dall’altro disagi profondi come le depressioni unipolari e bipolari.

La schizofrenia si caratterizza per un insieme di sintomi e segnali che si ripresentano almeno nell’arco di un mese, nella loro espressione forte e continuano per un lasso temporale di 6 mesi con alcuni disturbi.

Cioè non è che se una persona reagisce in maniera forte, non sempre violenta, forte come espressione di un dolore, in seguito ad esempio a un evento di vita, questa reazione ne fa immediatamente una persona con schizofrenia. I segnali della sofferenza devono ripresentarsi e permanere perché si possa pensare a un disagio di questo tipo.

L’osservazione dei comportamenti tipici di questo stato ha portato gli studiosi alla definizione della schizofrenia come una malattia psichica che agisce su tre aspetti della personalità:

  •  la percezione della realtà, cioè come la persona percepisce la realtà esterna, con allucinazioni e deliri;
  • il ritiro dalle relazioni affettive che si esprime in atteggiamenti di disinteresse, di disinvestimento sociale, assenza di volontà;
  • il pensiero frammentato e disorganizzato che influenza la capacità espressiva e il comportamento.

In pratica, soffrire di schizofrenia significa non riuscire a vivere in modo contestuale e soddisfacente con dolorosi stati interiori che conducono all’isolamento e all’assenza di relazioni profonde.

I comportamenti specifici di questa patologia si suddividono in:

  • positivi;
  • negativi;
  • cognitivi.

Le manifestazioni positive riguardano le allucinazioni e i deliri, cioè una credenza del tutto priva di fondamento concreto ma che per la persona è molto vera. Le allucinazioni possono influenzare la percezione di tutti i sensi, in modo da sentire un tocco, un sapore che nessun altro percepisce, o le famose voci dentro se stessi/e.

Nei comportamenti definiti negativi, la persona evidenzia comportamenti apatici, disinteressati, di ritiro dal mondo. Non si prende cura di sé, non completa dei compiti anche molto semplici, mostra indifferenza verso ogni cosa.

I disturbi cognitivi riguardano la coerenza e la successione logica del pensiero. Il pensiero diventa frammentato, messo insieme in modo disorganizzato, che diventa incomprensibile agli altri. La persona che ne soffre fa fatica a seguire un discorso, non riesce a ricordare le cose, così che le scelte diventano complesse, spesso impossibili da farsi.

In base al perdurare dei comportamenti e al loro mix, la schizofrenia si differenzia in questo modo:

paranoide, in cui prevalgono idee deliranti e allucinazioni senza comportamenti particolari in altri ambiti personali;

disorganizzata, in cui prevalgono la confusione del linguaggio riflessa sul comportamento e sulla sfera emotiva;

catatonica, in cui prevale o la quasi totale assenza di movimento, spesso assumendo posture particolari, o eccesso di movimento fisico senza uno scopo apparente;

residua, quando dopo un episodio forte non permangono altri sintomi specifici della patologia, e si caratterizza con comportamenti definiti negativi;

indifferenziata, quando non si evidenzia un comportamento particolare fra quelli tipici, oppure sono presenti tutti nello stesso grado.

Risulta pressoché impossibile vivere in queste condizioni, a meno che non si intervenga presto sui segnali e si avvii una cura adeguata.

Le cause

Capire le cause della schizofrenia diventa essenziale per poter intervenire sulla prevenzione e sulla diagnosi precoce in modo da offrire un sostegno e una cura che permetta, quando possibile, una sufficientemente buona qualità di vita.

Si stima che nel mondo, le persone diagnosticate con sintomi schizofrenici siano circa l’1%; il che fa sì che in Italia ne soffrano all’incirca 600.000 persone. Inoltre, si è vista una differenza di genere del momento di vita in cui questo disturbo si presenta:

  • negli uomini fra i 15 e i 25 anni;
  • nelle donne fra i 25 e i 35 anni.

Raramente si presenta nei bambini e nelle persone ultracinquantenni.

A seconda del tipo di approccio, si possono vedere tre aspetti fondamentali:

  • organico;
  • sociale;
  • individuale.

Il punto di vista organico cerca la risposta alla domanda Cos’è la schizofrenia nella trasmissione degli impulsi, nel cervello fra le sue diverse parti, o nella composizione chimica della trasmissione. Si spinge nell’osservazione dei caratteri genetici acquisiti nel concepimento, il DNA, Acido desossiribonucleico, per capire se ci sia una modificazione interna che la scateni.

L’approccio di tipo sociale si focalizza sull’ambiente circostante, e sulle possibili caratteristiche che ne stimolino i sintomi.

La prospettiva individuale si pone come osservatrice delle caratteristiche globali di una persona che portino all’insorgenza della sofferenza schizofrenica.

L’integrazione di queste tre aree può condurre a una comprensione sulle cause scatenanti il disturbo. Nonostante non ci sia chiarezza, c’è unanimità rispetto al fatto di come supportare una persona con questa sofferenza: si sa come non far peggiorare la situazione approntando un programma di intervento sui tre livelli, secondo il contesto.

Fra le con-cause è da sottolineare l’uso di sostanze stupefacenti, come la cannabis, e la dipendenza da alcool. Sostanze assunte nel tentativo di lenire la tensione interna e l’ansia, ma che in realtà innalzano il livello di irritabilità e i sintomi positivi.

Nel suo testo “Noi siamo un colloquio”, Borgna ricorda il discorso di un grande psichiatra, L. Biswanger, nel 1955 ai suoi studenti, in cui “dice che quello che, quello che si prova e si apprende dinanzi a una paziente con problemi psicopatologici, non sono modificazioni dell’organismo (del corpo) ma modificazioni della comunicazione e del mettersi in relazione (del mantenersi in relazione) con un altro (con un alter-ego).”

Per Biswanger, i sintomi riguardano disturbi della comunicazione, che sia quotidiana, esitenziale o emozionale, ed è necessaria un’attitudine al dialogo, supportato dall’amore in se stessi/e per entrare in relazione con le persone che ne soffrono.

Continuando la riflessione sulla comunicazione, gli studi sistemici hanno evidenziato come possibile causa della schizofrenia la teoria del doppio legame. Teoria espressa d Gregory Bateson e collaboratori nel 1956. Escludendo le cause biologiche e sociologiche, quest’ultime in parte, lo studio di questi esperti si concentrò sulla “costruzione” di una persona schizofrenica all’interno della famiglia. Il doppio legame evidenzia un paradosso logico: viene emesso un messaggio che esprime un contenuto, ma contemporaneamente viene espresso anche il suo opposto.

Questa particolare tipologia di comunicazione facilita l’insorgere di disturbi psichici gravi, mentre nel contempo crea lo strumento  principe dell’intervento terapeutico di tipo sistemico strategico. Secondo Bateson questa modalità viene utilizzata in modo continua nei messaggi televisivi, creando confusione in particolare nei bambini e in persone con una scarsa autonomia di pensiero critico, che risultano più impressionabili.

Se un genitore vive delle difficoltà nelle relazioni, diventa difficile per il bambino comprendere il messaggio che gli viene dato. Da un lato il genitore afferma verbalmente l’amore, dall’altro non esprime nessun gesto affettuoso tanto che il bimbo percepisce il rifiuto fisico. In questo modo il messaggio di amore contiene il suo contrario nel comportamento del corpo del genitore verso il figlio. Secondo questo approccio, è la relazione madre-figlio/a che instaura un doppio legame, come persona che si prende cura principalmente della crescita dei figli.

Perché si possa apprendere questo tipo di relazione, occorrono alcuni requisiti, ma una volta appreso, diventa acquisito lo schema del doppio legame, che inficia il linguaggio e il pensiero, aspetti specifici della schizofrenia.

L’accento sulle problematiche della comunicazione apre lo scenario dell’approccio sistemico e dei fattori di rischio.

I fattori

I fattori di rischio della schizofrenia sono ancora oscuri, nonostante le ricerche e gli studi. Sia i fattori che le cause sembra siano intrecciati nei tre aspetti sottolineati al paragrafo precedente. D’alronde, è un passaggio logico nel momento in cui sono chiare le cause osservare i fattori di rischio per minimizzarne l’impatto.

Un fattore di rischio è una situazione, fisica, ambientale, personale, in cui una persona ha più probabilità di soffrire di un disturbo. Il rischio è dato dal fatto che l’insieme della presenza di alcune caratteristiche può stimolare l’insorgere dei sintomi della schizofrenia. Come nell’approccio sistemico del doppio legame sopra descritto, il modello di comunicazione familiare rappresenta uno dei maggiori fattori.

Nell’intento di ordinare le conoscenze finora acquisite a questo riguardo, i fattori sono stati suddivisi in fissi:

  • familiarità, o linea genetica;
  • sesso;
  • periodo di nascita.

Questi tre fattori sono studiati a causa della possibilità di intervenire: sono dati concreti, e si studia se sia possibile possano rappresentare delle cause, anche lontane nel tempo.

Nonostante la familiarità sia un fattore presente non è ancora così chiaro se sia riferito a fattori genetici o piuttosto a fattori ambientali-familiari. Così come per il genere, gli studi non arrivano a conclusioni evidenti. Come dicevo, dipende molto dal punto di vista di chi gestisce la ricerca, se orientato dal punto di vista organico, ambientale o individuale.

Il rischio dovuto al periodo di nascita, è riferito a gravidanze con gravi patologie che portano a un parto rischioso, a sofferenze fetali durante la gestazione che portano a uno sviluppo anomalo del feto e a complicazioni durante il parto che implicano patologie del nascituro.

Gli esiti delle ricerche sono di difficile lettura, ma hanno evidenziato l’attenzione doverosa verso le madri con schizofrenia durante la gestazione e il parto per possibili sofferenze del/la bimbo/ba o per complicanze dovute ai farmaci, non in se stesse.

La possibilità di una risposta può essere fornita dagli studi recenti delle neuroscienze sul funzionamento del cervello, o almeno la parte che siamo in grado di osservare e capire in questo momento. L’osservazione del movimento all’interno del cervello attraverso le apparecchiature moderne ha enfatizzato la stretta connessione della comunicazione interna fra gli organi e la comunicazione fra le cellule, ribaltando le ipotesi su di esso finora esistite.

La connessione fra il sentire emotivo e il movimento di cambiamento all’interno del cervello è talmente profonda che risulta un rapporto inestricabile. Si sa però che il continuo apprendimento e la stimolazione di aree del cervello le rende più grosse addirittura. Così come il non utilizzo o la riabilitazione dopo eventi drammatici dimostra lo spostamento di intere aree dedicate a un’attività verso una zona diversa. Si definisce la neuroplasticità del cervello.

Pertanto, più che fattori di rishio in se stessi, si definiscono fattori di rischio nel peggioramento della situazione, o nel miglioramento, se utilizzati come supporto.

Un ulteriore fattore, in questo caso evidente, è dato dall’emigrazione. Il fatto di vivere in un contesto conosciuto sia dal punto di vista dell’ambiente sia come relazioni, tutela alcune persone dall’insorgere della patologia. Nel momento in cui queste persone si trovano in una situazione nuova dal punto di vista ambientale, senza punti di riferimento e relazioni consolidate, si trovano a soffrire di alcuni dei sintomi descritti come tipici della schizofrenia.

Lo sradicamento annulla la percezione di sentirsi sicuri, condizione essenziale per il benessere interiore di ogni essere umano, aumentando appunto il rischio di trovarsi spersi/e in un contesto completamente nuovo e sconosciuto che stimola quei segnali di pericolo descritti.

I trattamenti

I trattamenti utilizzati per la schizofrenia sono in primis farmaci che agiscono sulla produzione di un neurotrasmettitore, la dopamina, bloccandola in modo da ri-bilanciare l’espressione dei sintomi e rie-equilibrare il comportamento. Si definiscono farmaci antipsicotici di prima e di seconda generazione, ormai molto più utilizzati.

La terapia farmacologica permette di tenere sotto controllo l’evoluzione della patologia, di alleviare i comportamenti disturbati e disturbanti per la persona stessa, e di offrire alla persona la possibilità di vivere relazioni familiari in modo più sereno, di studiare e lavorare, a seconda della gravità della situazione individuale e del contesto ambientale.

Si solito, i trattamenti farmacologici sono associati a interventi mirati in ambito familiare, psicoterapeutico e di riabilitazione, secondo le differenti situazioni e personalità individuali.

La cura farmacologica si differenzia a seconda delle fasi della malattia:

– prodromi, o segnali di allerta, la maggior parte delle volte non vengono messi in evidenza;

– fase acuta, quando i sintomi esplodono e il legame con la realtà diventa sottile. La terapia viene continuata per alcune settimane, in modo da riportare la situazione allo stadio precedente;

– fase di consolidamento. Il trattamento somministrato in fase acuta viene continuato per circa 6 mesi con l’intento di rendere stabili i benefici ottenuti. In questa fase si affiancano altri tipi di intervento per riportare la persona alla vita quotidiana, come psicoterapia, programmi di riabilitazione e sostegno ai familiari;

– fase di mantenimento. In quest’ultima fase, l’intento è trovare il migliore equilibrio possibile fra qualità di vita e assenza dei sintomi riducendo man mano la quantità dei farmaci necessari in una continua ricerca del minimo dosaggio massimamente efficace. In genere, questo periodo può durare dai due ai 5 anni, a seconda che ci siano o meno episodi di ricaduta e dalla loro gravità.

La consapevolezza e il dolore provati dalle persone che soffrono di schizofrenia sono un elemento fondamentale nei trattamenti di cura. Se, come dice Borgna, noi siamo un colloquio, con noi stessi/e e con gli altri, il dialogo interiore della persona con disturbi schizofrenici è ostacolato, e ridotto a un deserto di significato nei momenti forti del disagio.

La lettura del doppio legame si adatta alla definizione di essere un colloquio in modo contestuale, quasi un pezzo di puzzle che si inserisce perfettamente. Ma non si devono dimenticare gli aspetti biologici e sociali, in modo da leggere questa sofferenza con occhi aperti al non conosciuto, quel non conosciuto che appartiene a ogni essere umano.

I trattamenti aprono inoltre la problematica della consapevolezza e del consenso alla cura, tagliando di netto i pregiudizi che volevano le persone sofferenti di schizofrenia come individui incapaci di comprendere. L’attivazione del colloquio con se stesse e della loro volontà risulta essere un tassello senza il quale ogni trattamento risulta inefficace.

Sono stata in gruppi Facebook di persone con diagnosi di schizofrenia nei quali ne potevano parlare senza inibizioni sociali e chiedere aiuto nei momenti faticosi del loro dialogo interiore, supportandosi a vicenda.

Il dialogo con l’altro simile a te, quando il dialogo interiore diventa un ostacolo, può essere un ulteriore strumento di reintegrazione nella vita quotidiana. In questo caso, gli strumenti tecnologici possono rappresentare un sostegno e uno stimolo al miglioramento, soltanto se offrono la necessaria sicurezza e salvaguardia dei partecipanti.

 

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