Spreco alimentare: le cause, l’impatto e le possibili soluzioni

Lo spreco alimentare secondo la FAO (Food and Agriculture Organization, ovvero l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di combattere la fame nel mondo), riguarda ogni anno oltre un terzo del cibo prodotto nel nostro pianeta.

Esso avviene lungo tutta la filiera dal produttore al consumatore: dalla produzione agricola alla lavorazione degli alimenti, al loro trasporto e alla loro vendita, fino alla conservazione e all’uso del cibo nelle nostre case.

Lo spreco alimentare domestico (ovvero il cibo “perso” dentro i nostri frigoriferi, oppure buttato prima di essere consumato o dopo essere stato mangiato solo in parte) sembra essere una prerogativa dei Paesi ricchi: in quelli in via di sviluppo, infatti, questa voce è quasi nulla, e le perdite si concentrano durante le fasi intermedie di produzione e conservazione degli alimenti.

In termini di impatto ambientale, sprecare cibo significa sprecare anche le risorse usate per produrlo: energia, acqua, terra. Una produzione alimentare che eccede il consumo porta anche a uno spreco di combustibili da fonti fossili, ancora oggi molto impiegati nelle fasi di coltivazione o allevamento, trasporto e lavorazione del cibo.

I rifiuti alimentari nelle discariche, inoltre, producono gas che vanno a incrementare l’effetto serra.

Sempre la FAO ha stimato che lo spreco alimentare mondiale produce emissioni di gas a effetto serra pari a circa 3,3 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente: in pratica, se lo spreco alimentare fosse uno Stato, sarebbe al terzo posto tra quelli che producono più emissioni, dopo USA e Cina.
Tutto questo ha delle ripercussioni anche a livello di cambiamenti climatici.

Oltre ai problemi ambientali, lo spreco alimentare pone anche dei seri quesiti su salute e giustizia sociale, in un mondo diviso quasi equamente tra chi si ammala e muore perché mangia troppo, e chi non mangia abbastanza per garantirsi vita e salute. Nel settembre 2015 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha adottato l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, includendo tra i 17 obiettivi anche un punto (SDG 12 n. 3) che chiede di “dimezzare lo spreco pro capite globale di rifiuti alimentari nella vendita al dettaglio e dei consumatori e ridurre le perdite di cibo lungo le filiere di produzione e fornitura, comprese le perdite post-raccolto” entro il 2030.

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Cosa vuol dire spreco alimentare

L’attenzione verso lo spreco alimentare è relativamente recente, al punto che non esiste ancora una definizione univoca del fenomeno, sia in ambito istituzionale che in ambito scientifico.

Una prima definizione di spreco alimentare viene ancora una volta dalla FAO, e comprende qualsiasi sostanza sana e commestibile, destinata al consumo umano, che venga sprecata, persa, degradata o consumata da parassiti in qualsiasi punto della filiera agroalimentare.

Più recentemente è stata proposta una distinzione tra perdite alimentari e spreco alimentare:

  • si definiscono food losses  “le perdite alimentari che si riscontrano durante le fasi di produzione agricola, post-raccolto e trasformazione degli alimenti”;
  • si parla invece di food waste quando si intendono “gli sprechi di cibo che si verificano nell’ultima parte della catena alimentare (distribuzione, vendita e consumo finale)”.

Ciò che differenzia questi due aspetti è che:

  • le perdite dipendono da limiti logistici e infrastrutturali;
  • lo spreco dipende da fattori comportamentali.

Nel linguaggio comune, dalla televisione alla stampa generalista, si usa abitualmente la definizione di spreco alimentare per indicare qualsiasi perdita lungo la catena dal produttore alla nostra tavola.

Perché avviene lo spreco alimentare

Il Barilla Center for Food and Nutrition (BCFN), uno degli enti privati che in Italia studiano di più il fenomeno, identifica alcune cause di carattere globale che hanno favorito l’incremento dello spreco alimentare negli ultimi decenni:

  • La crescente urbanizzazione, che ha allontanato i consumatori dai luoghi di produzione del cibo, allungando così la filiera agroalimentare e incrementando il rischio di perdite durante il trasporto e l’immagazzinamento del cibo.
  • L’aumento del reddito disponibile, che ha modificato la composizione della dieta alimentare.
    Questa variazione (particolarmente evidente nelle economie in transizione come Brasile, Russia, India e Cina) comporta un minor consumo di alimenti a base amidacea e un maggior consumo di carne, pesce e prodotti freschi come frutta e verdura, tutti più deperibili.
  • La crescente globalizzazione del commercio e la rapida diffusione della grande distribuzione organizzata (GDO), anche in molti Paesi emergenti: una parte degli sprechi alimentari deriva anche dalla necessità di migliori standard di qualità e sicurezza alimentare per i consumatori, e dall’aumento dei volumi di prodotti alimentari commercializzati.

Ogni fase della filiera agroalimentare ha poi delle cause specifiche:

  • nella fase di coltivazione e raccolto, le perdite alimentari dipendono principalmente da fattori climatici e ambientali, e dalla diffusione di malattie e parassiti. I Paesi in via di sviluppo concentrano qui una parte consistente del loro spreco alimentare.
  • Nel processo di lavorazione dei prodotti agricoli, le principali cause di spreco sono le inefficienze nelle fasi produttive e i malfunzionamenti tecnici: provocano perdite in quantità ma anche in qualità, danneggiando alimenti che finiscono con l’essere scartati.
    Nei Paesi più ricchi, è frequente che in questa fase vengano scartati prodotti difettosi per peso, forma o confezionamento, anche se questi difetti non ne compromettono il valore nutrizionale o la sicurezza.
  • A determinare gli sprechi nella fase di distribuzione e vendita sono soprattutto previsioni sbagliate della domanda di prodotti alimentari: si stima – anche sulla base di dati – che i consumatori acquisteranno una certa quantità di prodotto, ma la previsione si rivela eccessiva, e il prodotto invenduto supera la data di scadenza o deperisce. Altre cause possono dipendere da una conservazione non ottimale, o dalla scarsa attenzione nel trattamento dei prodotti.
  • Nei Paesi in via di sviluppo, lo spreco alimentare domestico (e nella ristorazione) è quasi inesistente. Diversa è la situazione nei Paesi più ricchi, Italia compresa, dove quello domestico è la vera “voragine” degli sprechi.
    A casa nostra sprechiamo soprattutto per due ragioni:
    • cuciniamo, prepariamo e portiamo in tavola troppo cibo, generando avanzi che non vengono riutilizzati;
    • non consumiamo gli alimenti entro la data di scadenza indicata sulla confezione, e di conseguenza li buttiamo via perché temiamo (spesso a ragione) che non siano più commestibili. Di fatto, compriamo più cibo di quanto ci serva.

La situazione in Italia

Fino a pochi anni fa, in Italia, il fenomeno degli sprechi alimentari era relativamente poco indagato.
La prima indagine organica è stata condotta nel 2011 da Andrea Segré e Luca Falasconi di Last Minute Market (società nata dall’Università di Bologna, proprio con l’obiettivo di studiare spreco ed eccedenze alimentari), e quantificava il cibo perso lungo tutta la filiera in 20 milioni di tonnellate, con un contributo più che significativo da parte dello spreco domestico.

La buona notizia è che la situazione, da allora, è migliorata.

Lo scorso 5 febbraio, in occasione della Giornata Nazionale di Prevenzione dello Spreco Alimentare, l’Osservatorio Waste Watcher di Last Minute Market ha presentato il suo Rapporto 2020, secondo il quale lo spreco alimentare domestico ha registrato un netto calo, passando dagli 8,4 miliardi di euro del Rapporto 2019 a circa 6,5 miliardi: quasi il 25% in meno.

Sommando gli sprechi della filiera produzione/distribuzione, lo spreco alimentare in Italia arriva comunque a costare complessivamente circa 10 miliardi di euro.

Sono stati fatti passi in avanti anche in termini di consapevolezza: il 66% degli italiani ritiene ci sia una connessione precisa fra spreco alimentare, salute dell’ambiente e salute dell’uomo, e per un italiano su tre (36%) gli aspetti specifici del suo impatto sulla propria salute sono determinanti nel momento di acquistare il cibo.

Dal 2016 nel nostro Paese è in vigore la cosiddetta Legge Gadda, che punta a limitare gli sprechi e a disciplinare, semplificandola, la donazione e la distribuzione di prodotti alimentari e farmaceutici per fini di solidarietà sociale.

La situazione nel mondo

Anche con riferimento al volume degli sprechi alimentari a livello mondiale, i dati disponibili sono limitati ed eterogenei. È ancora la FAO che ci viene in aiuto con un’indagine del 2011, stando alla quale:

  • lo spreco mondiale annuale è stimato in circa 1,3 miliardi di tonnellate (circa un terzo della produzione totale di cibo destinato agli esseri umani);
  • in media, sempre a livello mondiale, solo il 43% dei prodotti coltivati per l’alimentazione viene effettivamente consumato: il resto viene perso lungo la filiera.

Per quanto riguarda l’Europa, secondo il Barilla Centre for Food and Nutrition, la quantità di cibo che viene sprecato ogni anno ammonta a 89 milioni di tonnellate, cioè 180 kg a testa.
Gli sprechi a livello domestico sono i più rilevanti, e corrispondono al 42% del totale.

Come ridurre lo spreco, quali sono le possibili soluzioni

A livello sia mondiale che nazionale, esistono molte organizzazioni e iniziative che puntano alla prevenzione e riduzione dello spreco alimentare, e rendono possibile la ridistribuzione dei prodotti alimentari non più vendibili ma ancora commestibili:

  • organizzazioni che raccolgono da industria, distribuzione e ristorazione i prodotti alimentari non vendibili, e li trasformano in aiuti alimentari per le persone in difficoltà.
    Un esempio tutto italiano è quello della Fondazione Banco Alimentare, che non si limita ad operare sul territorio come food bank, organizzando tra l’altro la Giornata Annuale della Colletta Alimentare, ma agisce anche da soggetto politico, pubblicando studi sulla povertà alimentare in Italia e accreditandosi come promotore della prima legge che, nel 1989, ha introdotto delle agevolazioni fiscali per le aziende che donano cibo, la cosiddetta “Legge del Buon Samaritano”.
  • Iniziative per la riduzione, il riciclo e il riutilizzo di cibo, promosse da istituzioni governative, enti pubblici locali o municipali;
  • Campagne di sensibilizzazione sullo spreco alimentare (come la campagna Spreco Zero promossa da Last Minute Market);
  • Iniziative delle principali catene di distribuzione (quasi tutte ormai mettono a disposizione le proprie eccedenze alimentari, tramite reti come quella del Banco Alimentare o, ancora, di Last Minute Market);
  • Siti internet e applicazioni che commercializzano a prezzi scontati prodotti alimentari vicini alla data di scadenza consigliata, ma che consentono anche ai privati di mettere a disposizione il loro cibo in più.
  • Iniziative della ristorazione, come la distribuzione di “doggy bag”, sacchettini o contenitori per portare a casa gli avanzi del proprio pasto.

A monte di tutto questo, è necessario anche lavorare all’ottimizzazione della filiera agroalimentare, per ridurre le perdite dal campo al supermercato.

Dal momento che le radici dello spreco alimentare domestico  sono prettamente comportamentali, ognuno di noi può mettere in atto dei comportamenti virtuosi per ridurlo:

  • sii consapevole (Andrea Segrè, nel suo libro “Il metodo spreco zero”, suggerisce di tenere un diario degli sprechi), e ricorda che sprecare cibo vuol dire sprecare denaro e risorse ambientali;
  • compra solo quello che sei certo di consumare: vale sempre il vecchio consiglio di fare la lista della spesa prima dello shopping, e di non fare la spesa alimentare a stomaco vuoto;
  • controlla sempre le date di scadenza, e ricorda che la dicitura “da consumarsi entro” indica una data tassativa, mentre “da consumarsi preferibilmente entro” vuol dire che il prodotto con ogni probabilità è commestibile anche oltre la data di scadenza;
  • controlla che la temperatura nel tuo frigorifero sia regolata correttamente;
  • nel frigorifero e in dispensa, metti in vista i prodotti più vicini alla scadenza;
  • riutilizza quello che avanza dai pasti (ci sono interi ricettari che suggeriscono come);
  • non servire porzioni più grandi dell’appetito dei tuoi commensali (lo apprezzeranno anche loro);
  • conserva il cibo correttamente;
  • condividi tutto quello che puoi condividere.

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Michela Poles

Michela Poles

Mi chiamo Michela e, pur essendo nata nello scorso millennio, non ho ancora smesso di sognare un mondo migliore, e di amare il mondo in cui vivo. Ho un marito, una figliastra, un cane, un gatto, una tartaruga, e un orto di trenta metri quadri. Avevo anche un lavoro in azienda, nell’area della comunicazione, ma l’ho lasciato perché non mi assomigliava più: mi assomiglia di più l’orto.

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