Come migliorare le relazioni interpersonali

Le relazioni sono un fattore determinante nella nostra vita: in questo articolo, ti parlo di come migliorare le relazioni interpersonali.

Si nasce da una relazione; la nostra crescita è scandita dalle relazioni che ci si trova a vivere. Le relazioni sono la base fondante del nostro sentirci bene, meno bene o male, e questo ci accompagna per tutta la vita. Le relazioni scandiscono il tempo del nostro umore e del nostro stare al mondo. Gli avvenimenti di questo ultimo anno ci hanno dimostrato l’impatto emotivo di non poter relazionarsi.

Quindi è fondamentale che si impari come curare le relazioni, e come avere un buon rapporto con gli altri. Il fatto è che, che mentre si cresce, a poche persone sono dati gli strumenti per avere una buona relazione con se stessə, che rappresenta le fondamenta per costruire relazioni positive con gli altrə.

Si pensa spesso che avere dei buoni rapporti sia una capacità innata, o un talento, un dono. Come se fosse un’abilità che ci viene data attraverso i cromosomi, come il colore degli occhi, o la grana della pelle. Non è così, ed è questa la sorpresa che mi incanta ogni volta: ognuno di noi può decidere come vuole porsi nei confronti delle altre persone, a seconda della situazione in cui si trova, e rapportarsi in modo coerente con il contesto e con ciò che sente.

Ed è ciò che vedremo nei paragrafi seguenti, dove trovi spunti per migliorare le relazioni interpersonali in modo da raggiungere il benessere interiore.

 Allenare la capacità di ascolto

Saper ascoltare è la pietra angolare sul quale poggia ogni relazione. Se non si ascolta, non si sa chi sia la persona che si ha di fronte, non la si conosce. Non conoscendo si possono dare come scontate tante cose, che in genere fuorviano la comprensione corretta, reale. E questo vale per ogni situazione in cui ci si trova.

Ma cosa significa ascoltare?

Ascoltare non è la stessa cosa che sentire: sono due atteggiamenti differenti. Si può sentire ciò che viene detto, perché si ha un buon apparato auditivo, ma non sempre si ascolta. Sentire è una capacità meccanica, ascoltare è una scelta, un modo di stare con l’altrə, e prima ancora occorre saper ascolatre se stessə.

Eh sì, lo scoop è proprio questo: ci si rapporta con gli altri come ci si rapporta con se stessə. La definisco una regola matematica.

Ascoltare è un allenamento, di seguito trovi come imparare ad ascoltare.

  • Fai spazio all’ascolto: prenditi e dona il tempo necessario;
  • fai dell’ascolto il tuo intento: cioè ascolta con lo scopo di ascoltare, lasciando depositare il detto e il non detto;
  • metti in parte la necessità di rispondere: spesso ci si confronta sentendo l’urgenza di dare una risposta;
  • concentrati su chi sta parlando: spesso ci si concentra su se stessə, perdendo di vista la persona che dovremmo ascoltare;
  • sii curiosə verso chi parla, non interrompere.
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Inizia con l’osservare, sia te stessə, sia le persone con cui ti relazioni; che siano i tuoi cari, i vicini, persone che incontri o colleghə. Iniziare guardando cosa succede quando si sta parlando è un ottimo allenamento ad ascoltare ponendo chi sta parlando al centro della tua attenzione.

Visto che negli ultimi tempi la maggior parte di noi è connesso con colleghə e familiarə, specialmente via video, ti sarai accortə che vedersi in questo modo distrae di meno: siete voi nella web cam, o i partecipanti al webinar, riunione, e ci si concentra di più su ciò che accade in quel momento. Infatti, lavorare e incontrarsi online è più impegnativo che di persona; non so se ti capita di sentirti più stancə dopo essere stato magari parecchie ore in Zoom o Meet. La mia esperienza mi dice che è proprio a causa del notevole sforzo di concentrazione messo in questa modalità. Mentre se ci si incontra in ufficio, o nei luoghi di lavoro, in casa, l’attenzione si disperde per innumerevoli motivi, basta poco, soprattutto quando non si è particolarmente interessati ad un evento.

Mettere in atto l’empatia

Empatia è un termine ormai diventato consueto e molto letto sui Social Media. Ma cosa significa la parola empatia e cosa vuol dire nella pratica mettere in atto l’empatia?

Detto in modo chiaro: è la capacità di mettersi nei panni degli altri, o, come dicono gli anglofoni, di camminare con le  loro scarpe. Questo è il significato quotidiano all’essere empaticə. Si traduce nella sospensione del giudizio, non ci si mette in cattedra a giudicare gli altrə in base a dei valori che si pensa siano, o debbano essere, per forza condivisi da tuttə.

Ma, cos’é? L’empatia è un modo di porsi verso gli altrə, che si sviluppa durante la crescita e nel rapporto affettivo con le persone che ci crescono, la madre e l’ambiente circostante. Da piccini si percepiscono gli stati d’animo di chi ci è vicinə, dato che per il cucciolo d’uomo rappresenta la vita e si impara ad osservare e a leggere cosa l’altrə ci rimanda. La neurobiologia ci ha spiegato come ci si rispecchia nell’altro, attraverso i neuronispecchio, diventando partecipi e regolandoci in base al sentire dell’altrə.

Esempio concreto: a tutti è capitato di trascorrere del tempo in famiglia con dei bambini, propri o di altri, e di notare da soli o che venisse detto dai genitori dei bimbi, come i figli percepissero l’atmosfera presente in famiglia. Senza parole, i bambini percepiscono il livello emotivo reale, non quello che si vuole ostentare.

Questa è la componente affettiva dell’empatia. Che nel crescere si affianca alla parte di conoscenza di ciò che accade: mi sento triste, arrabbiato, e via. Si riconosce e si dà un nome a ciò che si sente; e costituisce la componente cognitiva.

Un ulteriore fattore di empatia è parte motivazionale: se siete una persona che percepisce gli stati d’animo altrui, conoscete bene quella spinta a fare qualcosa per aiutare l’altrə, e la preoccupazione per come quella persona si sente.

È chiaro che l’empatia regola ogni contatto sociale ed è la condizione indispensabile per ogni relazione; declinata a seconda del cntesto e del tipo di rapporto esistente.

Le persone molto empatiche sanno bene come può diventare faticoso assorbire le emozioni degli altrə, perciò occorre saper riconoscere questa capacità e svilupparla in modo che non diventi né un appiglio per le persone opportuniste, né una mancanza di autotutela per coloro che la vivono quotidianamente.

Come si può allenare?

Innanzitutto osservando cosa si percepisce a livello fisico di ciò che l’altra persona sta dicendo, ovvero osservando il linguaggio non verbale, in modo che il messaggio sia recepito nella sua interezza verbale e fisica.

E poi, tornando al paragrafo precedente, vale a dire, ascoltando un modo diverso di vivere e affrontare la vita, significa mettere in atto l’empatia. Che si concretizza nella comunicazione empatica: un modo di esprimersi che tenga conto dell’altrə.

Il sorriso

Cos’è un sorriso?

Un sorriso è un raggio di sole su un viso, che illumina le nostre giornate. Quante volte vi è capitato di uscire di casa già nervosə o di umore nel sottoscala e il saluto sorridente di un conoscente o collega vi ha rimesso in sesto?

Un sorriso è un messaggio chiaro, non fraintendibile: che piacere vederti, oppure, benvenutə.

A volte capita di entrare in un negozio, o un bar, e osservare come la persona che lo gestisce non sembra conoscere il sorridere. Sono sicura che a parità di qualità di caffé, andate nel bar dove chi ve lo versa vi sorride.

Certo, ci sono i sorrisi di circostanza, i sorrisi a denti stretti, i sorrisi sghembi, le belle risate e le risate pazze. Tutti modi di esprimere emozioni positive: per questo, essere accolti da un sorriso genuino aiuta a migliorare le relazioni interpersonali.

Nelle varie ricerche fatte in merito, si è evidenziato come sorridere abbia molti effetti collaterali positivi sullo stato di salute e sulle persone che ci circondano:

  • fa ringiovanire, migliorando la longevità;
  • stimola le difese immunitarie, attraverso l’abbassamento del livello di stress percepito;
  • abbassa il livello di stress;
  • diminuisce la pressione sanguigna, e il nostro cuore funziona meglio;
  • crea buonumore, come l’esempio fatto del barista: stimola la produzione di endorfine, aumentando la sensazione di benessere;
  • promuove la produttività, perché una persona di buonumore lavora in modo più efficace; sono certa che l’avete sperimentato;
  • aumenta le interazioni sociali.

Ne cito solo alcuni, ma il sorriso viene definito “una chiave che apre tutte le porte” e infatti aiuta nell’ottenere il successo, in qualsiasi modo voi vediate il successo. Allena il nostro cervello attraverso l’umorismo, che rappresenta un ponte verso le altre persone. Condividere una risata o un semplice sorriso avvicina, anche quando la tensione è evidente.

Un sorriso costruisce ponti, toglie barriere, anche linguistiche.

E non è affatto scontato: è un dono che offriamo e che riceviamo.

Le buone maniere

Già sento i vostri borbottii: le buone maniere, roba vecchia.

Cosa sono le buone maniere? Quegli atteggiamenti sociali richiesti, a seconda della situazione, possono essere vissuti come le regole del Codice della Strada. Se ognuno facesse ciò che salta in mente, si creerebbero situazioni anche pericolose, se si adotta un codice di comportamento, approvato dall’ambiente sociale nel quali si vive, si può sapere come ci si comporta in relazione alle circostanze.

Si tratta di rispetto: le buone maniere significano rispettare l’altrə mentre rispetti te stessə.

Già il modo di comporre la frase: buone maniere, dà la sensazione che siano utili, che servano. Quando crescevano le mie figlie, cercando di far capire loro perché fossero così importanti, sottolineavo che il sapere stare con tutte le persone, attraverso l’educazione, avrebbe aperto loro le porte di ambienti diversi senza farle sentire a disagio. Le paragonava ad un faro, che avrebbe indicato loro la via.

Essere rispettosi si esprime nel non buttare carte per terra, o peggio; nel salutare entrando in un ambiente, nel salutare ə colleghə di lavoro, nel chiedere loro notizie di un loro caro che si sa non stesse bene. Sono un modo per far sentire la vicinanza senza essere invadenti, non escludendo persone, facendole sentire a proprio agio.

Fra l’altro, nel nuovo mondo nel quale siamo sbarcati, il mondo online, si è creata una netiquette: ovvero, le buone maniere online. Essere educati e rispettosi non va confuso con la rigidità e l’obbligo di essere in un dato modo; sono indicazioni di uso quotidiano che aiutano a mettersi in relazione in modo positivo.

Avere atteggiamenti di rispetto verso gli ambienti in cui ci si trova, denota una capacità di essere contestuali, di percepirsi e sentirsi bene  ovunque: cioè la capacità di mettersi in relazione.

In ultimo: mi rifiuto di leggere la frase “Ma tanto non le usa più nessuno”. Appunto, motivo in più per portarle nel mondo.

La gestione della rabbia

Ecco, qua arriva quella gatta che si deve  pelare. La gestione della rabbia: sembra quasi una scalata su una montagna alta e impervia.

La rabbia è un’emozione che spesso evoca reazioni forti, incontrollabili. Diciamo che le hanno dato una brutta fama. La rabbia sembra essere associata ad aggressioni fisiche e verbali, o a scoppi d’ira fumosi.

Ma la rabbia è un’emozione, una delle 7 emozioni basilari e come emozione può essere elaborata. Soprattutto, è necessario darle lo spazio giusto, osservando alcuni fattori.

Sei una persona che si arrabbia “facilmente” o hai a che fare con persone che hanno quasi come unica risposta quella di arrabbiarsi?

Se una persona si arrabbia spesso, ciò denota una certa rigidità di risposta, una difficoltà a mettere in atto altre modalità; risulta chiaro che l’essere spesso arrabbiati, vivendo in condizioni di vita abbastanza soddisfacenti, appartiene alla persona che si arrabbia, non a chi potrebbe venire “accusatə” di aver fatto qualsiasi cosa per suscitare rabbia.

Nelle relazioni interpersonali, avere a che fare o con se stessə o con altre persone che hanno questo modo diventa faticoso e demotivante.

In genere, ci si arrabbia quando ci si percepisce attaccati, in molti modi; implica quindi un’interpretazione immediata, e spesso erronea, di un atteggiamento o un contesto.

Ma soprattutto, la rabbia, è un messaggio che diamo a noi stessi; quindi è importante chiedersi:

  • Cosa mi sta dicendo la mia rabbia?
  • Quando la sento?
  • In che modo la esprimo?
  • Dove la percepisco nel mio corpo?
  • provi vergogna o altro nel sentirla?

Le risposte a queste domande danno delle indicazioni che possono aiutare nel gestire la rabbia, o nel parlare ad unə bambinə della sua rabbia per poterla vivere in modo proficuo e non dannoso per se stessə. In particolare, rispondere a dove la si percepisce nel proprio corpo permette di osservare dei campanelli d’allarme che se bene compresi possono essere molto utili per gestirla.

Imparare a riconoscere la rabbia, come la si esprime e come si fa sentire dentro, offre uno spazio a questa emozione così potente per poter essere ascoltata ed elaborata in modo positivo.

Esempio: ho capito che la rabbia in me si esprime con un male allo stomaco, magari perché la collega mi tratta in modo maleducato, ma non riesco a rispondere in modo assertivo e accumulo nervoso. Mi fa male lo stomaco, poi torno a casa e magari rispondo in maniera scorbutica aə mieə carə. Ci rimango male, non mangio o mi metto a tavola scocciatə e vai che aumenta il disagio.

Riflessione: ora che hai capito che la rabbia ti si inchioda sullo stomaco e ha conseguenze negative per te e la tua famiglia, cosa puoi fare?

Una volta individuato il motivo, e riconosciuti i campanelli di allarme, si può affrontare il problema in modo più efficace in modo che la fiducia e la stima di se stessə ne vengano accresciute.

Un classico esempio è quello di chi manda giù, come si dice, e poi sbotta dicendo anche quello che non pensa e in modo che diventa chi sbaglia.

Gestire la rabbia significa darle lo spazio giusto per essere ascoltata e per capire quali sia la difficoltà che la scatena. In modo da poterla lavorare non quando ci si sente arrabbiati, ma quando si ha la lucidità necessaria per farlo, cercando di non giudicarsi ma di ascoltarsi o ascoltare chi ne sta soffrendo.

I dettagli

Alcune persone definiscono i dettagli come una perdita di tempo, come voler trovare il pelo nell’uovo.

I dettagli per me sono un segno di cura, di attenzione rivolta all’altra persona, che può fare una grande differenza nella sua giornata o come si percepisce.

I particolari sono intriganti e sono disponibili ogni giorno.

Cosa significa che i dettagli fanno la differenza e come usarli per migliorare le relazioni interpersonali?

Occorre fare attenzione all’altrə, osservare come si sente e cosa conta per quella persona.

Quando rientrai in ufficio dopo la gravidanza, la mia piccina non dormiva bene la notte, e dopo aver preparato tutte e due le bimbe, mi avviavo verso il lavoro. Le mie colleghe conoscevano la difficoltà di quel periodo, e ogni giorno, mi facevano sedere qualche minuto e mi offrivano un caffé. Arrivavo in ufficio trafelata, e quell’attenzione era preziosa per me e per l’efficacia del lavoro di tutte noi.

Questi sono i piccoli dettagli quotidiani che messi in atto creano un’atmosfera di collaborazione e fiducia reciproca nell’ambiente di lavoro.

Unə collega o unə vicinə di casa che ha vissuto una malattia o la perdita di una persona cara: un abbraccio, un’attenzione, un caffé creano una magia, scaldano il cuore di chi la riceve e di chi la dona.

Dettagli non fa per niente rima con gentilezza, ma è di gentilezza che si tratta, di vedere la tristezza negli occhi di un altrə e averne cura, o vedere una difficoltà e far sentire la propria presenza, con piccoli gesti che creano ponti fra le anime.

 

 

 

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