I 7 migliori artisti contemporanei che devi conoscere

I sette migliori artisti contemporanei che devi conoscere

Quali sono i sette migliori artisti contemporanei che devi assolutamente conoscere? Quante volte ci siamo sentiti perplessi davanti a un’opera d’arte che tutti elogiano ma che noi proprio non riusciamo a capire? Penso sia normale e a me capita spesso. Ogni tanto, basta una spiegazione per entrare nel mondo dell’artista e comprenderlo, altre volte invece l’opera non ci sembra interessante nemmeno dopo averne conosciuto i retroscena. In questo articolo vedremo insieme i sette migliori artisti contemporanei che devi conoscere, in questo modo non ti farai trovare impreparato e potrai stupire i tuoi compagni di viaggio con qualche aneddoto inedito.

Francis Bacon

Probabilmente il più inquietante tra tutti gli artisti presentati, Francis Bacon vive una vita molto tormentata fin dall’infanzia. Nato a Dublino il 28 Ottobre 1909, fin da bambino dimostra una natura sensibile e un forte interesse verso il mondo femminile e tutto quello che lo circonda, in particolare gli abiti. Un’esperienza che lo colpisce in modo significativo è sicuramente l’esposizione di Picasso del 1927: figure umane distorte, forme geometriche che si fondono e compongono volti e paesaggi, ispireranno la sua arte in modo indelebile. Autodidatta, comincia a dipingere ad acquerello verso il 1926. La vita di Francis Bacon è una vita che va contro le regole dell’epoca in cui vive, fatta di vizi che lo annientano, come l’alcol e il gioco d’azzardo. Dal 1936 al 1944 smette addirittura di dipingere, deluso e oppresso dai continui rifiuti da parte delle gallerie d’arte. Nel 1944 distrugge gran parte dei suoi lavori, salvando solamente “Crucifixion”, una crocifissione che si allontana da qualsiasi canone conosciuto e pochi altri quadri. Un anno dopo, grazie al trittico “Three studies for figures at the base of Crucifixion”, la carriera di Bacon decolla e tutte le maggiori gallerie di Londra se lo contendono. Nel 1953 tiene la sua prima personale negli Stati Uniti e visita l’Italia in occasione della sua partecipazione alla Biennale di Venezia nel padiglione della Gran Bretagna. Anche una volta trovato il successo, però, il dolore continua ad accompagnarlo, in particolare quando due dei suoi compagni  perdono la vita a distanza di poco meno di dieci anni l’uno dall’altro. I suoi lavori a volte prendono forma dalla vita quotidiana, altre volte da opere del passato rivisitate con toni cupi e volti spettrali. Se dovessi riassumerlo in pochi punti salienti, sceglierei questi concetti: 

  • tormento;
  • toni cupi;
  • sregolatezza;
  • dolore;
  • angoscia.

Francis Bacon trae ispirazione principalmente da opere come il ritratto di Papa Innocenzo X di Velàzquez, il pittore sulla strada di Tarascona di Van Gogh, le atmosfere sospese di De Chirico e le sculture di Giacometti, uno degli artisti da lui più amati. Nelle sue opere spietate e tormentate, si percepisce l’angoscia di un’esistenza dolorosa fatta di profonda sensibilità, accompagnate da distorsione, frammentazione e angoscia. Tra le opere più famose ricordiamo “Study after Velàzquez portrait of Pope Innocent X” del 1953, i numerosi ritratti dedicati al compagno George Dyer e le numerose tele raffiguranti teste umane dalle varie espressioni. Una cosa è certa: il suo linguaggio stilistico è talmente personale, da non poter essere copiato da nessun altro. Non c’è dubbio che si sia meritato il suo posto tra i sette migliori artisti contemporanei! Bacon lo trovi nella immensa collezione Peggy Guggenheim di Venezia.

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Keith Haring

Quando si parla di street art mi immagino Keith Haring che corre con il suo gessetto per la metropolitana di New York per non farsi arrestare (con scarso successo). La sua carriera per diventare uno dei migliori artisti contemporanei, inizia lì. “Un giorno, viaggiando in metropolitana, ho visto un pannello nero che doveva contenere un messaggio pubblicitario. Ho capito subito che quello era lo spazio più appropriato per disegnare. Sono risalito in strada fino a una cartoleria e ho comprato una confezione di gessetti bianchi, sono tornato in metropolitana e ho fatto un disegno su un pannello. Era perfetto, soffice su carta nera, il gesso vi disegnava sopra con estrema facilità”. Da quel giorno la sua carriera è inarrestabile: i passeggeri iniziano a staccare i suoi disegni e a venderli a cifre sempre più alte. Seppur breve, la sua vita è un turbinio di emozioni, eccessi e successi. Gli occhiali tondi, i capelli ricci e quel sorriso stampato sul volto, fanno di Haring un uomo pieno di energia, che ha voglia di essere se stesso al 100%. Nato in Pennsylvania nel 1958, crea un mondo fatto di personaggi pieni di vita, che saltano, danzano, urlano, dai colori sgargianti e vitali. Come nella sua arte, ad un certo punto anche nella sua vita fanno capolino la malattia e la morte: perde la maggior parte dei suoi amici e alla fine l’Aids si porta via anche lui nel 1990. La sua scelta di utilizzare la città come un’immensa tela deriva dal suo approccio all’arte: l’arte deve essere di tutti. L’ arte di Haring ti spiazza, perché dietro alla facciata colorata, nasconde messaggi importanti: la morte, il dolore, la consapevolezza di avere i giorni contati, la repressione religiosa, ma anche l’umanità, l’amore e la solidarietà universale. Ecco le parole che sceglierei per descriverlo a chi non lo conosce:

  • colori sgargianti;
  • temi importanti;
  • spontaneità;
  • positività;
  • solidarietà.

Mentre si trova a New York manda anche numerosi messaggi politici: era sua abitudine infatti creare dei collage di carattere ironico e dissacrante, che poi fotocopiava e incollava per strada, con protagonisti personaggi politici. Fu molto attivo anche nella lotta contro l’Aids e a favore dei diritti degli omosessuali. Se sei a Pisa, il murales “Tuttomondo” è davvero imperdibile. Non solo perché si trova in Italia, ma anche perché è la sua ultima opera prima che ci lasciasse a soli 31 anni, definito dall’artista stesso “uno dei progetti più importanti che abbia mai fatto”, il suo ultimo inno alla vita insieme alle sue coloratissime magliette che anche lui stesso indossava, che ancora oggi adoriamo.

Andy Warhol

Quando si parla dei migliori artisti contemporanei, non si può non parlare di Andy Warhol. Un artista talmente iconico da poterci scrivere un intero blog. Andy Warhol esalta il consumismo e i suoi simboli, producendo immagini in serie come scatolette di zuppa. Non a caso il suo studio a New York si chiama Factory, una vera e propria catena di montaggio creativa che vede collaborazioni interessanti, inclusi nomi del calibro di Basquiat, Haring e numerosi cantanti e attori. “Se volete sapere tutto su Andy Warhol basta guardare alla superficie dei miei dipinti e di me stesso: io sono lì. Non c’è niente dietro”. Warhol vive gli anni del boom economico, della società dei consumi e del benessere. Diventare ricchi e famosi non è un sogno irraggiungibile, ma un’ambizione legittima alimentata dagli schermi della televisione e dai cartelloni pubblicitari. Nato a Pittsburgh nel 1928 da genitori cecoslovacchi, l’amore per l’arte lo salva da una vita fatta di stenti. Nei primi anni Sessanta la sua visione artistica si consolida: dopo un incidente aereo in cui muoiono centinaia di persone, Warhol dà vita alla sua prima serie di opere, “Death and disaster”. Nonostante il tema trattato, non c’è trasporto emotivo né critica sociale, l’artista svuota di significato anche le immagini di morte e distruzione che gli scorrono davanti agli occhi. Un incidente, una sedia elettrica, una celebrità: per lui sono solo immagini fredde che rappresentano la società americana. In questo stesso periodo vedono la luce anche le celebri serie delle zuppe Campbell’s, delle bottiglie di Coca Cola e gli innumerevoli ritratti di Marilyn, di Elvis e della regina Elisabetta. Secondo Warhol, anche il più povero può bere la Coca Cola, la stessa che beve il presidente degli Stati Uniti. Questa idea trova una corrispondenza sul piano tecnico: la serialità, una delle caratteristiche principali del suo lavoro, implica un approccio ripetitivo e privo di emozioni. L’unicità dell’opera d’arte ormai non esiste più: per lui le immagini sono beni da consumare. Da quel momento, diventa storia dell’arte e della cultura mondiale. Warhol per me può essere racchiuso in questi pochi punti:

  • icona (sia lui, sia i soggetti che rappresenta);
  • produzione in serie;
  • zuppa Campbell’s, il suo marchio di fabbrica;
  • freddezza;
  • essenzialità.

Se sei curioso, puoi dare un’occhiata alla Warhol Cam, una telecamera che inquadra la sua tomba a Pittsburgh 24 ore su 24. Ed è meno noioso di quello che pensi: ogni tanto vedi spuntare una nuova lattina di zuppa Campbell’s, un disegno o una dedica oltre ai soliti fiori e i fan organizzano regolarmente feste in maschera, in particolare per gli anniversari importanti e il compleanno. Fino a fine aprile lo trovi anche in una mostra allestita a Stupinigi. Se non dovessi fare in tempo, un Warhol lo trovi ovunque.

Banksy

L’unico artista di cui non conosciamo l’identità, Banksy per me è l’erede di Haring. Complice anche una bella spruzzata di marketing e di social, Banksy fa sempre parlare di sé e si aggiudica il suo posto tra i migliori artisti contemporanei. I soggetti preferiti sono bambini, poliziotti e animali, in particolare il topo e la scimmia. La tecnica utilizzata è lo stencil, già nota e ampiamente utilizzata. Banksy non dipinge direttamente sul muro, ma prepara tutto il lavoro in studio. La scelta della tecnica è fondamentale perché gli permette di lavorare rapidamente prima che la polizia possa intervenire o che qualche fan possa fotografarlo.  Ma dietro al clamore e al mistero, ci sono messaggi importanti, come le vite dei bambini vittime delle guerre che volano via come palloncini. Se da una parte l’identità di Banksy è ancora un mistero, dall’altra sono molti a sostenere che sia il marito di Joy Millward e che sia nato a Bristol. A confermare di avere una moglie è lo stesso artista che ha pubblicato una foto di una sua opera sui social affermando “My wife hates when I work from home”. La foto raffigura un bagno interamente decorato in stile Banksy, chissà che non si tratti di un depistaggio. E che dire di quando nel 2018, durante un’asta di Sotheby’s, non appena battuta l’opera iconica della bambina con palloncino rosso per più di un milione di sterline, l’opera stessa si è autodistrutta (anche se solo per metà)? Tutto il mondo è rimasto a bocca aperta. Da allora si è trasformata in una performance e il titolo è cambiato da “There is always hope ” a “Love is in the bin”, probabilmente triplicandone il valore. Banksy per me è tutte queste cose insieme:

  • mistero;
  • messaggi importanti;
  • rapidità di esecuzione in strada, con precedente preparazione in studio;
  • provocazione;
  • fama.

Nel 2017 ha inaugurato anche un albergo a Betlemme: nove stanze e una suite affacciate sul muro che divide Israele e Palestina. Una provocazione di Banksy, che dopo aver aperto un triste e lugubre luna park chiamato Dismaland, ha inaugurato l’albergo con la peggior vista al mondo. Lo trovi per le strade di Napoli e Venezia, dove pare sia stato un’intera giornata, seduto vicino alla sua installazione contro le grandi navi da crociera.

Jeff Koons

Jeff Koons fa parlare anche chi non ne sa niente di arte. Prima per la sua carriera, poi per il suo matrimonio con Ilona Staller (sì, lei), poi per le questioni legali in merito all’affidamento del figlio. Secondo Koons è fondamentale che chiunque, assistendo a una sua mostra, si senta a proprio agio, in uno stato di appagamento. Definito come “il re del kitsch” è considerato da molti l’erede di Warhol e uno dei migliori artisti contemporanei. I temi preferiti sono il consumismo, la banalità della vita moderna. L’arte secondo lui è un mezzo per infrangere le classi sociali: qualsiasi lavoro tu faccia, qualsiasi sia il tuo grado di istruzione, è importante che ti senta bene davanti a una sua opera. Davanti  al suo balloon dog da 58 milioni di dollari, è impossibile non avere un’opinione. Jeff Koons te lo descriverei con queste parole:

  • re del kitsch e dei paradossi;
  • tecniche innovative;
  • provocazione;
  • sconcerto;
  • intelligenza.

Nato nel 1955 in Pennsylvania, dal 1976 vive e lavora a New York. Fin da piccolo si interessa all’eleganza, al lusso, al design. La sua carriera è contraddittoria: il suo percorso artistico ha alti e bassi, ma soprattutto è incentrata su una forte critica al consumismo che lo hanno reso milionario. Molti critici lo definiscono più un brand manager che un artista, ma la cosa certa è che Koons ha stravolto il mercato dell’arte contemporanea, diventando uno degli artisti Pop più influenti dal punto di vista economico dopo Warhol. D’altronde prima di fare l’artista, Koons era un agente di borsa a Wall Street e ha lavorato per il Moma, dove si occupava di ricercare fondi da parte di facoltosi donatori. Con questi lavori ha potuto iniziare a creare le sue prime opere: i fiori e i giocattoli gonfiabili e l’iconica serie di aspirapolveri sotto una teca di plexiglass, simbolo della classe media americana. La sua carriera è fatta da macrocicli. Negli anni Settanta troviamo gli “Inflatables”, fiori e oggetti gonfiabili appoggiati su specchi. Negli anni Ottanta passa ai palloni da basket sospesi in equilibrio all’interno di teche di vetro. Negli anni Novanta si dedica alla rappresentazione delle performance sessuali con la moglie, “Made in Heaven”. Troviamo poi le serie dedicate a Braccio di Ferro e un progetto innovativo, “Snapchat art”, in collaborazione con il famoso social, che prevede la realizzazione di opere d’arte virtuali visibili solo attraverso lo smartphone. Se vuoi vederlo, all’interno della Fondazione Prada a Milano, potrai vedere Tulips. A Venezia, a palazzo Grassi, si trova un Balloon Dog della collezione François Pinault e infine a Napoli, al Museo Madre, trovi “Untitled” (ti lascio con la curiosità di scoprirne il soggetto).

Mark Rothko

Mark Rothko è uno dei maggiori esponenti dell’espressionismo astratto, a oggi è uno degli artisti più quotati. Pensa che un suo quadro, “No. 6 (Violet, Green and Red)” è stato venduto per la cifra record di 186 milioni di dollari. Per non parlare di “Orange, red, yellow”, venduto per 86,9 milioni di dollari. Già solo queste quotazioni da capogiro ti fanno capire che è uno dei migliori artisti contemporanei. Prima di addentrarci nella descrizione, vorrei riassumerti in poche parole il suo mondo:

  • viaggio nelle emozioni umane fondamentali;
  • colore campito;
  • grandi superfici;
  • dramma interiore;
  • maestro artistico e spirituale.

Nato in Lettonia nel 1903, si trasferì molto presto negli Stati Uniti, frequentando per breve tempo l’università di Yale. La sua prima esposizione risale al 1928, ma rimase semisconosciuto fino al 1960. L’anno successivo alla sua morte, avvenuta nel 1970, venne inaugurata la sua opera più importante e imponente: la Rothko Chapel. Si trova a Houston e si tratta di una cappella aconfessionale: alle sue pareti troviamo 14 dipinti neri sfumati. È considerata un luogo sacro aperto a tutte le religioni, ma che non appartiene a nessuna di esse. Centro per scambi culturali, seminari e rappresentazioni e luogo di preghiera privata. La cappella riaprirà quest’anno per il cinquantesimo anno di fondazione a seguito di alcuni lavori di ristrutturazione. Grazie all’utilizzo di tele di canapa di grandi dimensioni interamente ricoperte da campiture di colore, riesce a esprimere il suo universo emotivo, a volte variando lo spessore degli strati pittorici. Le protagoniste sono le emozioni umane fondamentali come la tragedia e l’estasi. Con lui si viaggia nel mondo del colore, all’interno del suo Io più profondo. Non è certamente un viaggio facile, perché si entra nel suo dramma interiore, nella sua tragedia esistenziale, nella depressione che lo aveva colpito. Il carisma della sua pittura consiste proprio nel processo misterioso che gli ha permesso di semplificare la visione complessa che i suoi quadri esprimono. Il suo modus operandi è ben definito: prima divide la superficie pittorica e poi distribuisce in modo omogeneo il colore, in modo tale da far scomparire qualsiasi traccia di pennellata. Il tempo non esiste nelle tele di Rothko: questa eterna stasi ci accompagna verso l’infinita testimonianza della tragedia di nascere, vivere, morire. Queste opere sono spesso considerate indecifrabili, poco chiare, ma in realtà hanno un significato profondo: la necessità di raggiungere la pura chiarezza espositiva ha reso Rothko un maestro artistico e spirituale. “Io penso che il colore, aiutato dalla luce, entri in relazione con l’anima e comporti conseguenze emotive inattese”. Se ti va di scoprirlo, lo trovi alla collezione Peggy Guggenheim di Venezia.

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Roy Lichtenstein

Nato a New York nel 1923, Roy Lichtenstein ha spesso dichiarato di non essere solo “puntini e fumetti”, ma sono quelle le opere che hanno saputo rivoluzionare il linguaggio espressivo dell’arte. A differenza del puntinismo, in cui i puntini venivano utilizzati per far apparire omogenea l’immagine vista da lontano, Roy Lichtenstein esaspera la tecnica tipografica usando punti e linee di grandi dimensioni, catapultandoci nelle pagine di un fumetto. Secondo molti, i quadri e le opere di Roy Lichtenstein sono banali (ma per me è uno dei migliori artisti contemporanei). Nonostante fosse meno esplosivo ed eclettico di Andy Warhol, anche lui può essere considerato uno dei grandi della Pop art. Anche lui ha rivoluzionato il linguaggio espressivo dell’epoca, fin dagli esordi della sua carriera. Lichtenstein difese sempre l’origine banale della sua arte: fumetti, cartoni animati, oggetti di uso comune. Egli stesso ammette: “Nei primi quadri stavo cercando di ricreare l’effetto che fa quel tipo di pubblicità da due soldi che si trova sulle pagine gialle. Sono state una grande fonte di ispirazione per me”. La sua ispirazione però arriva anche da Picasso, Monet e tanti altri grandi del passato. Negli anni Sessanta, le sue opere sono gigantesche, angoscianti, spesso rappresentano donne in difficoltà. Le ragazze raffigurate sono principalmente bionde, anonime, belle ma infelici.  È interessante vedere come Roy Lichtenstein sia riuscito a suscitare emozioni ed empatia usando una tecnica così fredda e meccanica come quella dei puntini. Alla fine si può dire che abbia inventato i pixel digitali ancora prima che nascessero! Il puntino da lui utilizzato ha anche un nome, si chiama punto Ben Day, dal nome Benjamin Day che è l’inventore della tecnica per la riproduzione di immagini stampate che sfrutta i punti per ricreare gradazioni di ombreggiatura. Il suo lavoro quindi è sempre riconoscibile facilmente. Per creare tutti questi punti si serve di stencil perforati. Sono dipinti molto curati dal punto di vista tecnico e tutti i particolari sono studiati nei minimi dettagli, nulla è lasciato al caso. Le sue opere mettono alla prova le contraddizioni al centro delle nostre idee sull’arte: la riproduzione consente l’accessibilità e la democratizzazione dell’arte, ma al tempo stesso la rende popolare, fin troppo, quasi volgare. Ma la volgarizzazione era proprio ciò che Roy Lichtenstein stava esplorando: “La gamma di colori che uso è perfetta per l’idea, che è sempre stata di volgarizzazione”. La sua carriera non è fatta solo di opere di questo tipo. Ha realizzato tantissime altre serie di opere, tra cui “Perfect/Imperfect” con linee nette che rappresentano immagini astratte, “Brushstrokes” con pennellate di colore, “Chinese landscapes” in cui omaggia la pittura tradizionale cinese e infine la costante riproduzione dei classici del passato. Per fartela breve, ecco come te lo descriverei:

  • maniacalità tecnica;
  • volgarizzazione dei soggetti;
  • precursore dei pixel digitali;
  • inventore del punto “Ben Day”;
  • artista solo parzialmente compreso, un peccato!

Nel 1997, anno della sua morte, stava addirittura sperimentando dei dipinti virtuali. Se vuoi vedere qualche opera di Roy Lichtenstein, lo trovi in ottima compagnia alle Gallerie d’Italia di Milano fino al 27 giugno 2021.

Ora che conosci i sette migliori artisti contemporanei, non ti resta che scegliere il tuo preferito e programmare una visita!

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